La bestia nera di Chester Bennington

Quando muore "uno famoso", soprattutto se trattasi di un cantante, la trafila dei coccodrilli che vengono fuori è sempre molto simile: una radiografia della sua carriera, un accenno alle canzoni più famose; se chi scrive è o è stato anche un fan, spesso partirà l'aneddotica di rito – "io c'ero", "io ho visto", "i suoi lavori mi hanno cambiato l'esistenza", perché anche quando muore qualcun altro abbiamo tutti la tendenza a fare di quell'evento una cosa nostra.

Quello che spiazza, quando muore uno come Chester Bennington, non è solo l'età – 41 anni, davvero troppo pochi per morire – ma il modo. Perché sentire che uno dei due lead vocalist dei Linkin Park si è suicidato, con un album in promozione, una carriera avviatissima, sei figli, una moglie bella e una bellissima casa, ti fa male.

E scatena le ovvie (ma non comprensibili) critiche da bar, di quelli che nella loro vita di problemi veri non ne hanno mai avuti o da quei problemi sono stati incrudeliti, al punto da non perdonare le debolezze altrui, da sentirsi degli eroi in cima al mondo che possono sputare giudizi, ignorando le condizioni di vita altrui e pretendendo di essere gli unici depositari di una saggezza che di umano e di saggio ha ben poco. D'altronde non tutti probabilmente nasciamo equipaggiati di una certa dose di empatia ma molti non hanno nemmeno voglia di farsela crescere.

D'altronde è più facile esercitare un algido distacco, separarsi cuore e testa da una tragedia privata, non costringersi a immaginare quale dolore una persona "al top" possa avere provato – anche i ricchi piangono? – e anestetizzarsi convenientemente, continuando però a pretendere dalle persone attorno a te quella stessa comprensione che con tanta facilità neghi agli altri. Se c'è una cosa che i social network hanno dimostrato, in fondo, è che la pietà umana è un concetto molto aleatorio, più teorico che esistente in natura.

Hanno dimostrato anche che questo tipo di persone non conoscono i problemi di Chester ma molto più probabilmente sono parte di quel problema, di quella variegata costellazione di personaggi che se nella vita non diventano i tuoi aguzzini, ne diventano complici, con i loro giudizi tagliati col coltello e le loro menti così "normali" da non conoscere né buon gusto né comprensione umana.

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Fargo 3 (2017)

E se stavolta la ciambella non fosse uscita col buco?

Fargo 3 Poster
C’è qualcosa di indefinito e indefinibile, nella terza stagione di Fargo, che mi ha costretta a ruminare per giorni, prima di approdare alla scrittura di questo articolo.

Mi è piaciuta? Sì, ma con delle riserve. Piccola premessa: questa recensione sarà punteggiata di piccoli spoiler, niente di eccessivamente rivelatorio ma potreste correre il rischio di capire dove va a parare il finale di stagione.

Lettore avvisato, mezzo salvato.

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Che cos’è il talento artistico?

Derogo alla norma di questo blog – che è quella di fare soprattutto recensioni – per un piccolo post che è una nota informativa, più che uno sfogo, per la prossima volta che vi sentirete di dire: “Ma l’arte in fondo è frutto dell’intuizione del momento, non costa la stessa fatica di un lavoro normale“.

Mi avete rotto il cazzo con la vostra estrema mancanza di rispetto verso il lavoro altrui, con questa esigenza elitaria, classista e antiquata di voler costruire gerarchie e decidere che un certo tipo di lavoro sia migliore di un altro, solo perché voi, dal basso della vostra ignoranza, siete convinti che per l’altro lavoro ci voglia meno impegno.

Sto parlando delle professioni artistiche, sto parlando delle puttanate gratuite che sparate ogni volta che riducete un romanzo, una canzone, un disegno a intuizione artistica, talento innato e genio.

STOCAZZO.

Non esiste l’intuizione, l’ispirazione è una menzogna romantica, esiste un cortocircuito di pensieri e associazioni mentali che può darti l’idea di partenza, tutto il resto è lavoro, sudore, fatica, opera costante di ripulitura, esercizio quotidiano per padroneggiare una tecnica artigianale che richiede studio e impegno, perché non c’è niente di puramente istintivo nell’arte. Perché per scrivere un libro, disegnare un personaggio, suonare uno strumento, cantare, recitare, ballare, scolpire, dipingere, fare fotografie ci vuole studio, fatica e sudore. Ci vogliono anni e anni di esercizio, spesso “rubato” dalle mani di maestri ben più bravi di te, ci vuole un istinto, sì, ma raffinato nel tempo, perché una volta apprese le tecniche basilari, devi imparare a padroneggiarle, a farle tue, a trovare un tuo stile che ti distingua dalle altra migliaia di persone che come te si imbarcano nel difficile compito di cercare di intrattenere il prossimo con il frutto del proprio lavoro e sperare di camparci, mentre il resto della società pensa che ti stai divertendo.

Non ti diverti quando stai cercando di costruire un mondo di fantasia tutto intrappolato nella tua mente, di governare e gestire le reazioni di decine di personaggi, di rileggere ogni pagina scritta cercando di far quadrare ogni dettaglio senza mandare in contraddizione quelli che hai raccontato fino a questo momento. Non ti diverti mentre devi spremerti il cervello e importi da solo dei ritmi di lavoro per cercare di mandare in porto un intero romanzo, pagina dopo pagina, mentre ti sale la frustrazione perché le tue capacità non sono abbastanza per descrivere quello che ti tieni dentro e non esiste manuale di auto-aiuto o elenco puntato che possa cavarti fuori dall’impasse.

Non fate finta di vedere solo quei due o tre fenomeni all’anno pompati dal marketing che tirano fuori opere di dubbia qualità, non ci credete all’autore bravo che si sminuisce (e sminuisce l’intera categoria) lamentandosi che in fondo fa solo disegnini e il suo non è un lavoro vero.

Prima di arrivare alla notorietà di sudore e studio e fatica e porte in faccia e costante proporsi e riproporsi cercando di essere notato per il proprio lavoro svolto tutto a priori, senza essere pagati, ce ne sono stati.

Ho immenso rispetto per chi lavora per costruire case e palazzi, salvare vite negli ospedali e nelle ambulanze, promulgare leggi più giuste o anche solo spazzare le strade per farci vivere in un ambiente più pulito.

Cominciate ad avere rispetto anche per chi fa professioni artistiche, perché magari quelli come me non vi salvano la vita sul lettino d’ospedale ma vi riempiono quei vuoti esistenziali lì, quelli che conoscete bene e che si infilano nelle pieghe delle vostre giornate estenuanti, vi sciolgono i nodi interiori mettendo su carta o in musica o su qualsiasi supporto possiate immaginare quei dolori che pensavate nessuno potesse capire e non sapevate neanche con che nome chiamare. Quelli che sono venuti ben prima di me e ben più illustri di me con la loro arte, che di geniale aveva poco e di sudato aveva tantissimo, hanno influenzato epoche, rivoluzionato mode e costumi, interpretato malesseri diffusi, ispirato tante, tantissime persone a cambiare e lottare. O più semplicemente vi hanno fatto compagnia per farvi quattro risate in una serata qualsiasi alla fine di una normale giornata di lavoro. Serve anche quello, “non di solo pane vive l’uomo”.

Abbiate pazienza ma l’intuizione è solo la scintilla di un momento. Le altre centinaia e centinaia di ore spese a dare forma a quell’intuizione, beh, sono lavoro.

Che problemi hanno i film di supereroi?

Come avevo pre-annunciato nella recensione su Wonder Woman, ho deciso di fare un vero e proprio video sul problema strutturale che ultimamente affligge i film di supereroi e soprattutto i loro finali, sempre più insoddisfacenti e monchi.

Qui su Twitter c’è la preview, cliccate sul link per andare al video completo!

Wonder Woman (2017)

Tremate, tremate, le supereroine son tornate

Titolo:  Wonder Woman  Wonder Woman Poster
Genere: Avventura, Drammatico, Storico
Anno di uscita:  2017
Nazione:  USA
Regia:  Patty Jenkins
Consigliato:

C’erano davvero dubbi? No, dico, c’erano davvero dubbi – nel 2017 – che una donna potesse girare un buon film di supereroi con protagonista una supereroina? A giudicare dai commenti esterrefatti ed entusiasti di molta critica cinematografica… sì.

In un mondo dove la parità dei generi esiste nei fatti e non solo sulla carta, io adesso non mi appresterei a dividere questa recensione in due spezzoni – uno più prettamente di critica stilistica e l’altro decisamente politico. Ma viviamo in un mondo dove la realtà è molto meno rosea di come ce la dipingono a parole e quindi, no, non ci si può limitare a parlare di Wonder Woman come di un film sui supereroi coi suoi pregi e i suoi difetti – probabilmente finora il migliore del DCEU, anche perché Zack Snyder non ci ha messo le mani in prima persona e Patty Jenkins s’è dimostrata all’altezza del compito.

Dobbiamo metterci le mani sulle guance e imitare l’espressione esterrefatta di Deadpool in quella famosa gif, mentre ci ripetiamo tutti in coro: “ommioddio, ommioddio, una regista donna ha fatto un buon film su una protagonista donna, e il film sta avendo anche *respirone* successo ai botteghini“. Perché, notoriamente, si dirige un film coi genitali e c’erano dubbi che una vagina potesse farcela. E perché, notoriamente, non è vero che poco più di metà della popolazione mondiale sia femmina e con gusti abbastanza variegati da riempire i cinema pure se non si parla di commedie romantiche.

Pure se, per esempio, un film su personaggi che combattono mette loro nel ruolo di protagoniste e non in quello di stupide bambole compiacenti, che  appaiono sullo schermo in scomodissime pose plastiche per mostrare al pubblico le grazie di sotto la tutina aderente.

Un personaggio che agisce in prima persona, del loro stesso genere, con tutto il suo corollario di debolezze, che non è nè un angelo lontano ed etereo senza funzioni corporali ma nemmeno una superbona ultra-perfetta, che aspettava solo l’uomo della sua vita che la mettesse al suo posto.

E andiamo, allora.

[ATTENZIONE, SPOILERONI]

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