The Tatami Galaxy (2010)

L’eterno ritorno della (non) rosea vita di un universitario giapponese

Titolo:  The Tatami Galaxy  The Tatamy Galaxy Cover DVD
Genere:  Slice of Life, Sci-Fi, Mistery
Anno di uscita:  2010
Nazione:  Giappone
Puntate:  11
Consigliato:

Prendete la teoria dell’eterno ritorno, mescolatela con quella degli infiniti universi paralleli, aggiungeteci una generosa spolverata di folklore e vita quotidiana e quello che otterrete è The Tatami Galaxy o, per citare il suo sottotitolo: ‘leggende e miti delle stanze da quattro tatami e mezzo’.

Stanze da quattro tatami e mezzo come quella del pensionato studentesco in cui abita l’innominato e sfigatissimo protagonista delle undici puntate di questa serie – tratta da una light novel giapponese e disponibile su VVVVID – che MadHouse adattò in formato anime nell’ormai lontano 2010.

Il risultato è una serie surreale e irresistibile per gli amanti delle slice of life venate di mistero e di una buona dose di fantascienza, più che di occulto. Il risultato è anche una sorprendente storia di vita che, attraverso un gioco a incastri fittissimi ma ben dosati, prende lo spettatore per mano e lo porta nel labirinto delle scelte infinite in cui siamo incastrati anche noi nella nostra vita quotidiana, quelle che ci siamo lasciati alle spalle, quelle che stiamo facendo e quelle che ancora ci aspettano lungo il cammino.

The Tatami Galaxy è il trionfo del mondo dei ‘se’ e dei ‘ma’, anzi, no, è la storia dei viaggi nel tempo di uno studente universitario alla ricerca della perfetta ‘rosea vita universitaria’. Anzi, neppure. The Tatami Galaxy è contemporaneamente un racconto di vita nella tradizione dei ben più poderosi Bildungsroman ottocenteschi, è un piccolo e delizioso rompicapo a metà fra il mistery e lo sci-fi, ed è pure una serie a suo modo leggera, che fa ridere nel puro stile surreale ed esasperato che vena l’estetica di molti anime giapponesi. E lo fa al meglio delle sue possibilità.

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The Dragon and the Dazzle (2011)

Storia ragionata di manga e anime in Italia

Titolo:  The Dragon and The Dazzle  The Dragon and the Dazzle - Cover
Genere:  Saggio
Anno di uscita:  2011
Editore:  Tunué
Autore:  Marco Pellitteri
Consigliato:

“Modelli, strategie e identità dell’immaginario giapponese. Una prospettiva europea”. Il sottotitolo di questo imponente saggio (689 pp.; 546 pp., se si escludono note e corposa bibliografia) sull’incontro del mondo occidentale con un segmento specifico della cultura giapponese – gli anime, prima, e i manga, poi – riassume molto bene i contenuti e il tipo di approccio di Marco Pellitteri a questo complesso argomento.

Pubblicato anche in italiano (“Il Drago e la Saetta”), sempre per i tipi della Tunué, in un formato più ridotto, nella sua versione inglese – curata in collaborazione con la Japan Foundation, che si occupa di agevolare la diffusione all’estero di saggi e studi sulla cultura giapponese – The Dragon and the Dazzle si presenta come un lavoro ragionato e molto curato, seppur con limiti segnalati dall’autore stesso, su come la cultura pop giapponese si sia sviluppata a partire dal secondo dopoguerra e su come abbia attraversato diverse fasi, prima di essere completamente accettata nel mondo occidentale.

Questo libro, per quanto complesso nella trattazione, è consigliabile a chiunque abbia interesse per i manga e gli anime e voglia approfondirne la dimensione sociale e culturale. È inoltre sicuramente un buon punto di partenza per chiunque voglia scrivere una tesi o uno studio sull’argomento, perché offre molte coordinate di ordine storico ed economico a proposito di anime e manga. C’è da notare, poi, che il suo autore è stato prima di tutto un fan degli anime, quando a loro tempo arrivarono in Italia con Ufo Robot, e questo aggiunge al saggio, qui e là, certe notazioni di colore che fanno affiorare la passione di chi ha fatto di un suo hobby un oggetto di studio serio e competente. In barba a chi pensa che gli anime e i manga siano solo disegni per bambini, insomma.

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Fargo 3 (2017)

E se stavolta la ciambella non fosse uscita col buco?

Fargo 3 Poster
C’è qualcosa di indefinito e indefinibile, nella terza stagione di Fargo, che mi ha costretta a ruminare per giorni, prima di approdare alla scrittura di questo articolo.

Mi è piaciuta? Sì, ma con delle riserve. Piccola premessa: questa recensione sarà punteggiata di piccoli spoiler, niente di eccessivamente rivelatorio ma potreste correre il rischio di capire dove va a parare il finale di stagione.

Lettore avvisato, mezzo salvato.

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Twin Peaks 3: Chi ha ucciso…

… non vorrete spoiler nel titolo?!

Twin Peaks 3: Dale e Laura

Ebbene.

Se sei (come me) un fan di Twin Peaks dell’ultima ora non puoi capire.  Non puoi capire cosa significa dover aspettare la bellezza di ventisei anni per scoprire che fine ha fatto Dale Cooper o se Audrey Horne è sopravvissuta all’esplosione nella banca… ma, soprattutto, per goderti il ritorno di David Lynch con pieni poteri sulla sua creatura – via la ABC, via i produttori ficcanaso e incompetenti, via anche il dovere di ammiccare al pubblico a tutti i costi. Sei il regista di una serie che, volenti o nolenti, ha cambiato il modo stesso di concepire e raccontare le serie TV – dimostrando che anche un prodotto per lo schermo televisivo può essere di buona qualità e andare in profondità nel raccontare il meglio e il peggio dell’animo umano.

Certo, dopo ventisei anni c’è stato un tale moto di rivoluzione nel mondo dell’entertainment che Twin Peaks torna con la sua terza stagione in un panorama nettamente cambiato, fra serie TV di altissimo livello che ricevono il plauso della critica e il cinema che “fa numeri” ormai intasato solo di blockbuster, costruiti su sceneggiature che riadattano qualsiasi storia già vista altrove, pur di sfruttarne l’onda lunga del successo.

Torni e già ti becchi le critiche, perché qualcuno si aspettava un altra rivoluzione da te – come se le rivoluzioni si misurassero dopo appena due puntate dalla messa in onda – come se fossimo ancora nel 1991 e il mondo delle serie TV non fosse andato avanti, anche grazie a Twin Peaks. Con buona pace di chi vuole cercare il pelo nel l’uovo a tutti i costi, però, David Lynch è tornato e, a giudicare dal contenuto delle prime due puntate, è finalmente libero di fare tutto quello che gli pare.

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The Young Pope, iperbole di un Papa senza radici

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Quando ti approcci a una serie-tv dai per scontata la presenza di certe convenzioni di genere, dei limiti che ingabbiano le puntate in inferni autoconclusivi, di cliché appositamente inseriti per mantenere alta l’attenzione del pubblico, anche a costo di sacrificare pezzi di trama e svolte diverse per il carattere di alcuni personaggi.

Quando però ti trovi davanti a un’opera di un regista come Sorrentino, ti aspetti automaticamente qualcosa di diverso. Non ci saranno discorsi autoconsolatori a coccolare la tua mente stanca di spettatore, che si è trascinato fino al venerdì sera per atterrare sul divano di peso; non ci saranno risoluzioni di trama semplici e piane, né quel ritmo automatico che impila le inquadrature una dietro l’altra, in una produzione in serie che rende inevitabilmente tutte le serie tv troppo uguali per dare più di una sensazione di dejà-vu.

Sorrentino se ne frega un po’ di tutto e non fa una serie-tv. Fa un film a capitoli: il capitolo sull’elezione del Papa, il capitolo sui rapporti fra lo Stato e la Chiesa, il capitolo sulla presenza della pedofilia nel mondo ecclesiastico, il capitolo sul rapporto fra l’uomo contemporaneo e la dimensione religiosa e via discorrendo. Ogni capitolo, però, non è un unicum a sé stante, è parte di un flusso incostante di squarci di vita che si susseguono l’uno dopo l’altro, apparentemente senza trama, sostanzialmente un arazzo di tanti pezzi diversi che trovano il modo di combaciare fra loro e raccontarti una storia.

Perché hanno un unico motivo portante a collegarli e quel motivo, in questo caso, è la personalità contraddittoria e straordinariamente ricca di Lenny Belardo.

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