La bestia nera di Chester Bennington

Quando muore "uno famoso", soprattutto se trattasi di un cantante, la trafila dei coccodrilli che vengono fuori è sempre molto simile: una radiografia della sua carriera, un accenno alle canzoni più famose; se chi scrive è o è stato anche un fan, spesso partirà l'aneddotica di rito – "io c'ero", "io ho visto", "i suoi lavori mi hanno cambiato l'esistenza", perché anche quando muore qualcun altro abbiamo tutti la tendenza a fare di quell'evento una cosa nostra.

Quello che spiazza, quando muore uno come Chester Bennington, non è solo l'età – 41 anni, davvero troppo pochi per morire – ma il modo. Perché sentire che uno dei due lead vocalist dei Linkin Park si è suicidato, con un album in promozione, una carriera avviatissima, sei figli, una moglie bella e una bellissima casa, ti fa male.

E scatena le ovvie (ma non comprensibili) critiche da bar, di quelli che nella loro vita di problemi veri non ne hanno mai avuti o da quei problemi sono stati incrudeliti, al punto da non perdonare le debolezze altrui, da sentirsi degli eroi in cima al mondo che possono sputare giudizi, ignorando le condizioni di vita altrui e pretendendo di essere gli unici depositari di una saggezza che di umano e di saggio ha ben poco. D'altronde non tutti probabilmente nasciamo equipaggiati di una certa dose di empatia ma molti non hanno nemmeno voglia di farsela crescere.

D'altronde è più facile esercitare un algido distacco, separarsi cuore e testa da una tragedia privata, non costringersi a immaginare quale dolore una persona "al top" possa avere provato – anche i ricchi piangono? – e anestetizzarsi convenientemente, continuando però a pretendere dalle persone attorno a te quella stessa comprensione che con tanta facilità neghi agli altri. Se c'è una cosa che i social network hanno dimostrato, in fondo, è che la pietà umana è un concetto molto aleatorio, più teorico che esistente in natura.

Hanno dimostrato anche che questo tipo di persone non conoscono i problemi di Chester ma molto più probabilmente sono parte di quel problema, di quella variegata costellazione di personaggi che se nella vita non diventano i tuoi aguzzini, ne diventano complici, con i loro giudizi tagliati col coltello e le loro menti così "normali" da non conoscere né buon gusto né comprensione umana.

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Che problemi hanno i film di supereroi?

Come avevo pre-annunciato nella recensione su Wonder Woman, ho deciso di fare un vero e proprio video sul problema strutturale che ultimamente affligge i film di supereroi e soprattutto i loro finali, sempre più insoddisfacenti e monchi.

Qui su Twitter c’è la preview, cliccate sul link per andare al video completo!

Twin Peaks 3: Chi ha ucciso…

… non vorrete spoiler nel titolo?!

Twin Peaks 3: Dale e Laura

Ebbene.

Se sei (come me) un fan di Twin Peaks dell’ultima ora non puoi capire.  Non puoi capire cosa significa dover aspettare la bellezza di ventisei anni per scoprire che fine ha fatto Dale Cooper o se Audrey Horne è sopravvissuta all’esplosione nella banca… ma, soprattutto, per goderti il ritorno di David Lynch con pieni poteri sulla sua creatura – via la ABC, via i produttori ficcanaso e incompetenti, via anche il dovere di ammiccare al pubblico a tutti i costi. Sei il regista di una serie che, volenti o nolenti, ha cambiato il modo stesso di concepire e raccontare le serie TV – dimostrando che anche un prodotto per lo schermo televisivo può essere di buona qualità e andare in profondità nel raccontare il meglio e il peggio dell’animo umano.

Certo, dopo ventisei anni c’è stato un tale moto di rivoluzione nel mondo dell’entertainment che Twin Peaks torna con la sua terza stagione in un panorama nettamente cambiato, fra serie TV di altissimo livello che ricevono il plauso della critica e il cinema che “fa numeri” ormai intasato solo di blockbuster, costruiti su sceneggiature che riadattano qualsiasi storia già vista altrove, pur di sfruttarne l’onda lunga del successo.

Torni e già ti becchi le critiche, perché qualcuno si aspettava un altra rivoluzione da te – come se le rivoluzioni si misurassero dopo appena due puntate dalla messa in onda – come se fossimo ancora nel 1991 e il mondo delle serie TV non fosse andato avanti, anche grazie a Twin Peaks. Con buona pace di chi vuole cercare il pelo nel l’uovo a tutti i costi, però, David Lynch è tornato e, a giudicare dal contenuto delle prime due puntate, è finalmente libero di fare tutto quello che gli pare.

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Trainspotting + T2

Scegliete la vita, nonostante tutto

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Con vent’anni di ritardo ho scoperto Trainspotting. L’ho scoperto perché, presa dalla curiosità e senza mai aver visto il primo film, sono andata al cinema a vedere il sequel e sono rimasta folgorata. Così tanto da recuperarmi di volata il primo e scaricarmi i tre libri della “Trilogia di Trainspotting” che Welsh ha scritto fra il 1993 e il 2012.

Questo post non vuole essere tanto una recensione a T2, che mi è piaciuto parecchio, quanto un paragone fra i due film. Anzi, più nello specifico, fra ciò che racconta il Trainspotting del 1996 e quello del 2017. Perché, sì, le cose sono cambiate ma soprattutto Danny Boyle non si è limitato a prendere i quattro protagonisti del vecchio film e ficcarli in nuove avventure pazzerelle, infilando qui e là qualcosa di nuovo e qualcosa di tecnologico, giusto per ricordarci che non sono più gli anni Novanta.

Una cosa si può dire da subito, in ogni caso: il suo gusto musicale è sempre azzeccatissimo e la colonna sonora è, ancora una volta, uno dei punti forti del film, tanto da rendere ogni scena emblematica anche soltanto per il pentagramma di note che l’accompagna.

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Cos’è la Costituzione Italiana e come il referendum vuole cambiarla?

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Mi sono guardata in giro. Mi sono guardata in giro e con disappunto ho notato che nessuno – e mi riferisco a chi era nella posizione privilegiata, per potere ed esperienza, di parlare al grande pubblico – ha provato a fare un discorso serio su questo referendum.

Non ho visto contenuti, ho visto opinioni, dichiarazioni di principio basate su inconcepibili salti logici ma non supportati da una catena razionale di argomenti. Ho visto, soprattutto, molta confusione da parte di chi, domenica, dovrebbe andare a votare, ma spesso non ha avuto né tempo né modo di sapere precisamente cosa sia questa nostra Costituzione, cosa faccia questo referendum, su quali materie intervenga, quali principi regolino la nostra vita democratica adesso e quali la regoleranno in futuro.

Non parlerò delle ragioni del “sì” e del “no”, dunque. Non ho voglia di fare propaganda ma ho voglia di condividere quello che ho imparato dai miei studi di Giurisprudenza, per provare a offrire una bussola a chi sta navigando in alto mare e non sa neanche cosa significhi il quesito che ci verrà posto, una volta che ci troveremo nel chiuso della cabina elettorale, da soli con le nostre opinioni – che questa campagna referendaria non ha saputo riempire di fatti concreti.

Non la prenderò alla larga ma credo sia giusto, prima di tutto, dare una nozione di quello su cui stiamo andando a intervenire – perché è della nostra vita democratica che stiamo parlando, di quella che ci permette di esprimerci liberamente e vivere, tutto sommato, al sicuro in uno Stato che non ci perseguita (o non dovrebbe farlo) per il nostro genere, il nostro credo religioso e politico, il nostro essere parte della maggioranza oppure appartenere a una minoranza a cui, in Stati molto meno democratici, non è concesso nemmeno esistere.

Soprattutto siamo stati chiamati, come cittadini e parte integrante di questo sistema complesso, a decidere dei meccanismi con cui si fanno le leggi, con cui i partiti che eleggiamo e che ci rappresentano dovrebbero intervenire a gestire la nostra vita quotidiana. E dovrebbero farlo – come i principi delle vere democrazie stabiliscono – cercando l’accordo più ampio per proteggere tutte le fasce di popolazione, per cercare un cambiamento di comune intesa, piuttosto che imponendosi con la forza di un numero parlamentare che spesso non rispecchia nemmeno gli equilibri reali.

Perché non basta una legge, per quanto virtuosa e ben calibrata, a cambiare la mentalità radicata di un Paese intero. Soprattutto se non è il frutto di un processo sentito ma solo l’emanazione di una distante “oligarchia illuminata”.

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