Trilogia di Trainspotting (2017)

Titolo:  Trilogia di Trainspotting (pp. 1546)  Trilogia di Trainspotting - Cover
Genere:  Biografico, Romanzo sociale
Anno di uscita:  2017
Editore:  Guanda
Autore:  Irvine Welsh
Traduttori:  Massimo Bocchiola, Giuliana Zeuli
Consigliato: DIPENDE

Se mi avessero detto che la lettura di questo trittico sarebbe stata così emotivamente impegnativa, ci avrei pensato due volte.

In realtà no.

In realtà lo avrei letto lo stesso, anche se ci ho messo mesi a digerire certe parti. Perché, ed entriamo subito nel merito della questione, Irvine Welsh non ti risparmia niente. E quando dico “niente”, dico che i racconti di devastazione umana di questi libri sono crudi, veri, pesantissimi, non c’è miseria che venga risparmiata al lettore, non c’è degrado che venga pietosamente mascherato, le situazioni più lerce e luride e rivoltanti ti vengono sbattute in faccia alla velocità della luce fin dal primo rigo.

È per questo che non consiglierei questo libro a chiunque. Non lo consiglio agli stomaci deboli, agli schifiltosi, a chi è in cerca di una lettura leggera, a chi pensa davvero che l’unico modo di raccontare la droga sia quello di certi romanzi e certe serie TV molto patinate, che sbattono dentro un po’ di polverina bianca e qualcuno che finge una crisi d’astinenza e credono di averti raccontato quanto in basso può sprofondarti la tossicodipendenza.

Perché Welsh ti prende per mano e ti ficca a tutta velocità nel flusso di coscienza di tanti personaggi diversi, nel loro distortissimo punto di vista, costringendoti a sentire tutto quello che provano, costringendoti a vivere Leith – questo distretto a nord di Edimburgo – come se fossi anche tu lì, nella seconda metà degli anni Ottanta o alla fine degli anni Novanta, a camminare per le strade piene di tossici e disoccupati o entrare in uno dei pub in cui per un nonnulla possono scoppiare risse sanguinose… per tacere degli hooligans che portano scompiglio fino ad Amsterdam (e oltre).

Trainspotting

Avrei potuto seguire il criterio cronologico e cominciare a leggere questo libro partendo dal prequel. Avrei potuto seguire l’ordine di pubblicazione, ho deciso invece di cominciare dal romanzo originale e poi buttarmi prima sul prequel – ultimo in ordine di pubblicazione – e poi sul sequel.

La premessa, d’obbligo, è che mi sono avvicinata ai libri dopo aver visto al cinema T2 e a casa il primo film, quello di Danny Boyle che ha segnato un’epoca.

Trainspotting comincia in medias res, con Mark Renton e Simon Williamson – due dei protagonisti preminenti dell’intera trilogia – a caccia di una dose di eroina dal “Cigno Bianco”, uno degli spacciatori di fiducia del circolo di eroinomani di Leith. Da questo punto in poi si dipana una sequenza di voci che alternativamente guadagnano la scena per raccontare la loro vita e la loro versione di questo distretto di Edimburgo, piagato dall’eroina, dall’AIDS, dalla disoccupazione e dalla povertà alla fine degli anni Ottanta. L’aspetto più straordinario, stilisticamente parlando, è l’ingegno multiforme con cui Welsh attribuisce una cadenza e una voce diversa a ogni personaggio.

Ognuno di loro ha i suoi modi di dire, i suoi vezzi e vizi, i suoi intercalari ben definiti e bisogna fare un plauso a chi si è occupato della traduzione (ovvero Massimo Bocchioli e Giuliana Zeuli), perché gestire tutte queste cadenze dialettali dallo scozzese e riportarle nel modo più fedele possibile in italiano non dev’essere stato semplice.

Quello che più colpisce, però, è ben altro. È l’umanità che viene fuori da questo quadro sociale, politico, addirittura storico che Welsh fa di Edimburgo. Trainspotting è davvero un racconto corale, nel senso migliore del termine. Tutte queste voci si rincorrono in un romanzo “senza trama”, che alla fine della fiera racconta il grande intreccio delle vite di quelli più spesso dimenticati – una classe proletaria che oggi nemmeno esiste più. Tutte queste voci un quadro ben delineato te lo disegnano davanti, eccome: non ho mai visto un più efficace manifesto contro la droga, perché tutto l’abbrutimento, il dolore, la disperazione di chi si fa e continua a farsi, perché non sa più come staccarsi dall’eroina, è abbastanza per spaventarti e tenerti lontano da certe robe per tutta la vita – dalla dipendenza da qualsiasi sostanza, che sia chimica o di altra natura.

Eppure in Trainspotting c’è molto di più: nel modo quasi perverso che Irvine Welsh ha di sbatterti in faccia il peggio di ogni essere umano che compare nel libro, lui non giudica. Si limita a riportare fatti e abitudini di vita ed è per questo che tutta la storia risulta ancora più cruda da digerire. Non ci sono filtri nella scrittura di Welsh, ti devi prendere tutto: ti devi prendere la profondità disperante di certi momenti in cui Renton, una delle voci più presenti di tutta la saga, riflette sulla sua dipendenza e sullo sfacelo che lo circonda; ti devi prendere la pochezza meschina ed egoista di Sick Boy, che spinge a prostituirsi le stesse ragazze che ha sedotto e a cui ha fatto conoscere l’eroina, mentre si atteggia a prossimo Sean Connery; ti prendi i monologhi di Spud, il più ingenuo e più fragile del gruppo, così fragile da non provarci nemmeno a sottrarsi alle grinfie dell’eroina; e ti prendi Begbie, i suoi svarioni conditi da abbondanti “stronzo” o “cazzo”, mentre picchia tutto quello che gli capita a tiro, anche la compagna incinta.

Ed è questa la particolarità più meravigliosa di Trainspotting: questo libro ha una trama e la trama è la vita stessa di Edimburgo, anzi, di Leith e di quel sottobosco proletario e poverissimo che spesso nessuno vuole mostrare, e che viene raccontato con l’onestà brutale di chi in quel mondo ci ha vissuto e quelle vicende le ha provate sulla sua pelle in prima persona. E questo contribuisce a rendere la lettura un vero e proprio cazzotto nello stomaco in parecchi passaggi, perché tutto quello che i personaggi provano ti arriva in un modo così diretto da lasciarti senza fiato.

Skagboys

Nutro sempre sospetti nei confronti di prequel e sequel. Spesso sono stati scritti dopo, assolutamente non previsti, e finiscono per aggiungere cose non necessarie a una storia originale che era già completa di suo, rovinando la percezione che ti eri costruito dei personaggi che avevi finito per amare – nel caso di Trainspotting, nonostante tutte le loro miserie.

Non è il caso di Skagboys.

Meraviglioso, delirante, tragico nel senso più greco del termine, questo compendio di altri racconti sui “Ragazzi dell’ero” (“skag” è uno dei soprannomi che venivano affibbiati all’eroina), Skagboys è nato da tutto il materiale che Irvine Welsh non era riuscito a raccogliere e pubblicare in Trainspotting. Immenso, rispetto agli altri due romanzi della trilogia (più di 600 pagine), è un flusso di coscienza che si allarga davvero a tutta la popolazione di Leith.

Renton e soci sono ancora lì, ok, ma molti dei personaggi secondari del primo romanzo assumono un ruolo preponderante, possiamo sbirciare più a fondo nelle loro vite. Soprattutto Welsh fa questa cosa bellissima di darti un quadro storico ancora più graffiante e politico della tragedia che si è abbattuta, con l’eroina smerciata illegalmente dagli stabilimenti della Glaxo ad Edimburgo, sulla generazione punk, sconfitta nella sua lotta contro il governo thatcheriano.

Ci sono interi capitoli dedicati a quello che l’eroina e, poi, l’AIDS hanno fatto nella realtà a una popolazione intera – perché i personaggi di Skagboys potranno pure essere fittizi ma le storie che raccontano sono molto reali. Welsh li chiama appositamente “Appunti di un’epidemia”, neanche si parlasse di una nuova ondata di peste nera e le proporzioni di questo morbo sono effettivamente drammatiche. Soprattutto se si conta il panorama di generale diffidenza e degrado che circonda le vite di questi eroinomani – ladri, assassini, stupratori, o semplicemente disperati che non trovano il loro posto nella società.

Da un punto di vista letterario, questo è il Welsh più maturo e rifinito, quello che partendo dalla narrazione particolarissima di Trainspotting è riuscito a rendere l’infinito flusso di coscienza collettivo di Leith ancora più corale, intrecciando con pazienza certosina ogni storia, mentre ci mostra la lenta ma inesorabile calata di Mark Renton e soci nell’inferno dell’eroina. Graffianti e impressionanti sono le lunghe pagine del diario personale che Mark tiene durante I quarantacinque giorni della sua disintossicazione in una clinica, parte di un progetto governativo.

Per assurdo che possa sembrare, è proprio in questo prequel che i personaggi di Trainspotting assumono una dimensione più compiuta. Adesso capisci perfettamente tutto, delle loro vite, del loro background, delle tragedie che li spingono fra le braccia dell’eroina, unica confidente compiacente, che con una mano dissipa i loro dolori, con l’altra li sprofonda in un degrado ancora più grande.

Il pezzo finale, quello in cui Mark e Simon scappano via dopo un assalto fallito ai magazzini della Glaxo e si promettono di non ricadere mai più nella tentazione dell’eroina, è probabilmente il momento più alto e più tragico di tutto il libro – di tutta la trilogia di Trainspotting, soprattutto sapendo cosa accadrà dopo, come diventeranno Mark e Simon, cosa ne sarà della loro stortissima amicizia e delle loro promesse.

Skagboys è l’ultimo capitolo scritto e pubblicato di questa trilogia, eppure non è solo il più efficace dei tre, è anche il più lirico, il più tragico, il più dolente e il più politico. La narrazione continua a essere cruda e brutale ma così perfettamente compiuta, che non si può far altro che inchinarsi di fronte alla bravura di Irvine Welsh, che non ha creato un romanzo “di risulta”, ma ha dato nuova linfa a una storia che continua a risultare vivacissima e tragicamente piena di lezioni di vita anche dopo anni e anni. Persino in questo 2017, piagato da altre ossessioni ma pervaso dalla stessa, disperante rassegnazione che ha contagiato tutti, anche quella buona classe borghese, che pensava di salvarsi e nobilitarsi col duro lavoro e adesso non ha più nemmeno quello.

Porno

Di Porno non posso dire, purtroppo, tutte le stesse belle cose che ho detto di Skagboys. I motivi sono molteplici: prima di tutto, conferma la regola aurea che i sequel non programmati spesso finiscono per avere poco da dire. Poi, perché in un certo qual senso rovina i protagonisti, raccontandoteli dieci anni dopo i fatti di Trainspotting.

In fondo non lo volevo davvero sapere che ne era stato di Mark, dopo essere fuggito da Edimburgo, o forse sì, ed è per questo che, invece, ho molto apprezzato il film-sequel.

Porno rispetto agli altri due capitoli della saga ha un tono decisamente più ridanciano, ridicolmente rassegnato. Molto poco tragico, ha persino una trama. Di quanto sia cambiata Leith negli anni lo capiamo più dallo sguardo filtrato dei cinque protagonisti assoluti della storia (Renton, Spud, Sick Boy, Begbie e la new entry Nikki) che dalla viva voce corale di tutti i suoi abitanti.

Più che le nuove dipendenze (il porno e la cocaina, che con le sue botte di apparente efficienza si rivela una droga più organica al sistema capitalistico dell’eroina e del senso di estraniamento che provoca quest’ultima) Porno ruota attorno al colpaccio che Simon/Sick Boy vuole mettere in atto, girando il primo film porno della sua vita come attore, regista e sceneggiatore – e naturalmente usando convenientemente chiunque gli capiti a tiro. Il tutto si incrocia con la nuova vita di Begbie fuori dalla galera, in cerca di vendetta per quello che Mark Renton gli ha combinato, scappando col malloppo una manciata di anni prima; con Spud, che cerca invano di ripulirsi per essere un padre e un marito migliore. E soprattutto con Renton, che da questa storia ne esce più vincente che mai, nonostante l’onnipresente corteo di disgrazie e miserie umane che li circonda tutti; che circonda anche Nikki, giovane promessa del porno o forse no, alla disperata ricerca di notorietà ma anche, in qualche maniera, nemesi del sempre troppo tronfio Sick Boy.

L’impressione finale che se ne ricava è che Porno dei tre, sia il meno sentito – anche il meno crudo, nonostante qui le poche scene davvero pesanti risultino quasi gratuite, mentre nei primi due libri te le aspettavi, eccome. C’è meno vita palpitante, più distacco dell’autore da quegli stessi personaggi che invece in Skagboys ti fanno commuovere per la loro miseria personale e i loro pensieri autodistruttivi. C’è meno consapevolezza nel ritrarre un mondo che sta cambiando, nel fotografare la transizione dalle miserie evidenti della fine degli anni Ottanta all’apparenza – anch’essa decadente – di lusso per tutti che gli anni Novanta e la prima manciata dei Duemila si sono portati dietro.

La bolla delle dot-com deve ancora esplodere, non c’è ancora stato l’undici settembre, non c’è stato lo scoppio della bolla speculativa nel 2008, siamo lontani dall’epoca di tensioni palpabilissime con la catena di attentati terroristici in Europa a cavallo fra il 2015 e il 2016 e non parliamo nemmeno di tutte le guerre che hanno squassato il Medio Oriente.

O dei social.

Eppure c’era sicuramente tantissimo da raccontare di quel momento chiave di passaggio da un mondo devastato a un altro mondo altrettanto in decomposizione. Da questo punto di vista Irvine Welsh ha fallito un po’ la prova, anche se la leggerezza comicamente devastata di Porno ti toglie di dosso un po’ della profonda devastazione che i primi due capitoli della saga ti avevano lasciato.

In ogni caso si tratta di tre letture consistenti, impegnative, di quelle che non consiglio a chi non riesce a concentrarsi facilmente nelle lunghe letture o non sopporta scenari raccapriccianti. Per tutti gli altri, per chi è a caccia di racconti di vita vera, di storia recente, di affreschi a tinte tragiche di quel passato piagato che ci ha portati tutti a vivere un presente ancora più difficile; per tutti loro questa trilogia è consigliatissima.

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