‘David Bowie Is’ Arte all’ennesima potenza

David Bowie Is Here

È difficile descrivere certe situazioni, non importa quante parole tu abbia a disposizione. È quasi impossibile far capire cosa significhi il cazzotto nello stomaco che ti assale, mentre gli occhi si riempiono di lacrime, quando ‘Life on Mars’ comincia a suonare nei tuoi timpani e ti trovi davanti il costume usato nel videoclip di quella leggendaria canzone. Bisognerebbe raccontare un bel pezzo dell’esperienza personale di chi scrive, anche solo per fornire gli elementi necessari ma non sufficienti a far intendere al lettore quanto possa significare David Bowie nella sua vita.

Un articolo, però, non è un romanzo e da qualche descrizione oggettiva del reale bisognerà pur partire per far comprendere la ‘stra-ordinarietà’ di una mostra, che non è soltanto un percorso lungo e totalizzante sulla vita di un artista a tutto tondo; è anche, in tutti i suoi aspetti tecnici e stilistici, un’esperienza innovativa, un modo tutto nuovo – quadridimensionale – di esporre la cultura e l’arte al visitatore, senza appoggiarsi solo alla sua vista, senza sollecitare solo la sua mente.

C’è poco di obiettivo, in realtà, nel resoconto di questa mostra: fa appello nel modo più potente ed efficace possibile a ogni emozione disponibile nel cuore di un fan, che comincia a scavare appena sulla superficie della vita artistica di David Bowie, uno che – e il paragone non è così azzardato – è stato un po’ il Leonardo Da Vinci del mondo della musica contemporanea.

David Bowie l’arte l’ha esplorata in tutte le sue sfaccettature, non si è mai limitato alla musica e basta. Il disegno, la cura quasi maniacale di ogni aspetto visivo nelle copertine dei suoi dischi e nell’allestimento scenico dei suoi tour, le performance teatrali e cinematografiche, le lezioni di mimica, il design dei costumi e la sua collaborazione con artisti famosi come Kansai Yamamoto, la messa a punto del Verbasizer – un software per spaccare le frasi e creare nuove combinazioni con le parole a disposizione – la ricerca costante di nuovi modi di comporre testi; l’elenco di quello che David Bowie ha fatto con la sua arte è sterminato e, come non accade spesso di fronte alle vite artistiche più prolifiche, sempre di altissima qualità.

David Bowie non si accontentava mai, non si ripeteva due volte sullo stesso stile, e anche la mostra sembra fare lo stesso. È un mondo spaziale, tutto pannelli neri e atmosfere stranianti, quello che accoglie il visitatore all’ingresso della mostra, una mostra che si articolare in tre sottosezioni distinte: piccola e raccolta la prima sezione, a rappresentare i primi anni della vita di Bowie nei sobborghi londinesi, una vita che egli stesso descriveva come molto normale e piatta. Magnifica, tutta costumi, spazi ampi, un sovrapporsi di video, disegni, televisori e proiezioni cinematografiche, la seconda parte: è il cuore della vita artistica di Bowie, dal successo con ‘Starman’, agli eccessi di Los Angeles, passando per Berlino e il trittico sperimentale di ‘Low’, ‘Heroes’ e ‘Lodger’, ogni aspetto della ricerca musicale del Duca Bianco viene esplorato con abbondanza di reperti, disegnati e scritti.

La terza è un’esperienza nell’esperienza, un cubo tutto schermi e costumi, che occhieggiano dietro grate nere e mostrano tutta la potenza performativa di un artista che sul palco non risparmiava nulla di sé: dall’invenzione di personaggi sempre nuovi per ogni album e tour, alla forza con cui trascinava il pubblico con sé, senza mai limitarsi soltanto a cantare per un paio d’ore a chi gli aveva pagato il biglietto.

A coronare la meraviglia di una mostra che il Victoria and Albert Museum ha organizzato nel 2013 – e che quindi non tocca Blackstar, il tragico e meraviglioso testamento artistico di Bowie – la collaborazione con la Sennheiser, che non ha solo fornito le cuffie delle audioguide ma ha approntato un percorso sonoro molto particolare. Le audioguide si attivano automaticamente e cambiano brano registrato a seconda del punto della mostra che si attraversa, sincronizzandosi ai video in cui David Bowie si racconta e i suoi collaboratori parlano di lui, oppure facendo scattare canzoni immortali come ‘Starman’ e ‘Life On Mars’ non appena si attraversano gli spazi dedicati ad esse.

David Bowie Is’ è curata in ogni minimo dettaglio, perché neanche l’esposizione di costumi e reperti viene lasciata al caso ma disposta per offrire l’esperienza più completa e personale possibile, visto che ogni visitatore può decidere in che ordine vagare per gli spazi aperti che ha a disposizione.

L’unico lato negativo? La calca immensa: avevamo a disposizione il biglietto orario per il tour di mezzogiorno ma sono stati ben quaranta i minuti di fila per accedere allo spazio espositivo vero e proprio. Eppure è una calca silenziosa – persino i bambini presenti non si agitano per nulla -, mesmerizzata dalle visioni che si affastellano davanti ai suoi occhi. E un’ora, no, non basta per nulla per visionare tutta la mostra nella sua completezza: dopo due ore e mezza si esce frastornati, con la sensazione di essere appena tornati da un viaggio lunghissimo e di non essere ancora sazi.

David Bowie is, è il caso di dirlo, everything.

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