Piccoli Energumeni Tour (7 Maggio 2016)

Mangoni in Born To Be Abramo

Luca Mangoni in una delle sue mise più eccentriche durante “Born To Be Abramo”

Gli EELST non deludono. Mai

Avete presente quelle band e quei cantanti di cui siete fan da una vita – concetto molto soggettivo, per qualcuno si parla davvero di tutta una vita, per qualcun altro è una manciata d’anni che affonda le sue radici in periodi chiave, come l’adolescenza, di quelli che si appiccicano al tuo modo di vedere il mondo e lo condizionano, che tu te ne renda conto oppure no?

Ecco, io gli EELST li ho conosciuti dodici anni fa, più o meno in questo periodo dell’anno, quando Radio Deejay passava a palla Shpalman, e sono stata folgorata sulla via di Damasco dei miei interessi musicali, ho comprato Cicciput – che so tutt’ora praticamente a memoria – e ho cominciato piano piano a ricostruire la storia di una band musicale che aveva fatto e fa tutt’ora davvero tanto.

Poter finalmente dopo tanti anni assistere a un loro concerto dal vivo è stato un evento da mettere nella bacheca dei ricordi insieme al Robbie Williams dell’estate scorsa – da aggiungere al lato “fatto” della lista “cose da fare prima di morire o che muoia il tuo artista preferito” (momento di scaramanzia).

Cosa ne penso del concerto? Che, beh, è stato spettacolare a dir poco.

Uno spettacolo da far impallidire The Wall

Elio era stato chiaro: non solo il concerto non sarebbe stato uno stanco riciclo di vecchi successi ma avrebbe lanciato il nuovo album, Figgatta de Blanc, alternando novità a cavalli di battaglia capaci di far rivoltare tutto il palazzetto in un unico coro di battaglia. Per citare le sue stesse dichiarazioni, sarebbe stato uno spettacolo in grado di far impallidire The Wall.

Io, purtroppo, ai tempi di The Wall non c’ero ma ho visto abbastanza concerti per poter testimoniare che quello degli EELST è stato uno spettacolo tutto inedito, in cui ogni canzone si adattava al contesto, con inserti sul momento e virtuosismi che segnavano la transizione da un brano all’altro.

Non solo i membri della band sono stati inarrestabili, senza praticamente fermarsi quasi mai a riprendere fiato ma le canzoni erano solo una parte di uno spettacolo che andava dalle performance assolutamente esilaranti del serissimo Luca Mangoni – che ha fatto il suo grande ingresso con corale acclamazione generale nei panni di Supergiovane – ai giochi di luce, agli assoli di tutti i membri del gruppo, da Faso a Cesareo – sollevato tra l’altro a mezz’aria nel pieno di un riff di chitarra – alla bravissima Paola Folli che incanta con la sua voce piena, capace di giocare con ogni acuto. E poi c’è Meyer, il batterista, che si prende tre minuti di spazio per esibirsi come DJ Mendrisio, il tutto mentre un Mangoni vestito da tirolese gli balla davanti insieme al suo corpo di ballo, le Mangoneers. E c’è Vittorio Cosma, che sostituisce Rocco Tanica nelle prime tre parti dello spettacolo, e dà degna prova di se stesso al fianco del silenzioso ma sempre presente Jantoman.

Certo, quando Rocco Tanica arriva sul palco per suonare alcuni dei più grandi successi della band insieme a brani in assolo tratti dal nuovo album, come She Wants, l’emozione del pubblico raggiunge il massimo e il tastierista viene accolto con un calore che lo fa sorridere più di una volta, pur spacciandosi per “Sergio”, una giovane promessa che vuole dare prova di sé come imitatore di Rocco Tanica, risultando «migliore dell’originale».

Non scherzo quando dico che gli EELST vivono i loro concerti con professionale intensità, perché dopo Shpalman, che dovrebbe chiudere la serata, torna sul palco prima il solo Mangoni, al pianoforte per una “toccante sonata”, che fa arrivare Elio appositamente per spostargli il secchio dei fumogeni proprio sotto il naso, e poi è la volta di altri tre pezzi, fra gli applausi del pubblico che vorrebbe non tornare più a casa. Poi, il pezzo di conclusione, Tapparelle, per salutare il compianto Feiez al grido di “Forza Panino”, un grido in cui esplode unito tutto il Palalottomatica e non ce n’è davvero più per nessuno.

Fra “rocherrolle” e demenzialità geniale

Ad assistere a un concerto degli EELST, in ogni caso, ci si accorge di molti particolari che forse si danno troppo per scontati. Prima di tutto la sperimentazione, musicale e di testi: il fatto che Elio e i suoi facciano musica potentemente demenziale porta troppo spesso a sottovalutare la pienezza del loro lavoro eppure è tutta lì, davanti a te. Da una performance che non subisce mai cali né battute d’arresto, ad assoli e virtuosismi che solo chi conosce profondamente gli strumenti musicali e una partitura può realizzare, a testi che sono un gioco continuo di battute di ritmo, ti rendi presto conto che è tutto falso.

Che tutta quella storia che in Italia non si fa buona musica ed è tutto piatto e vecchio e monotono è un bell’inganno da parte di chi, con molta ignoranza, comunque la musica italiana non la conosce – non andando oltre i due o tre artisti strapagati che le radio passano fino alla nausea. Quello degli EELST è rock e progressive rock allo stato puro e riesci a sentirlo persino nell’acustica imperfetta e squilibrata del Palalottomatica, che in quanto a capacità di ospitare un concerto è carente ma se ci sono dentro gli Elii, dimentichi qualsiasi lato negativo.

Elio e Le Storie Tese sono capaci di far musica su qualunque cosa, anche di intonare Essere donna oggi, urlando la parola “mestruazioni”, alla faccia di scandalizzati e benpensanti, per poi commentare: «Pensate all’architetto di questo palazzetto… e chi gliel’avrebbe mai detto che un giorno qualcuno qui ci avrebbe cantato una canzone sulle mestruazioni?».

C’è davvero di tutto in questo concerto, da Mangoni che entra in tutina rosa e mantellone fucsia sulle note di Born to be Abramo come una vera diva a Elio che riesce a far musica anche brandendo due bielle o un pollo di gomma. È uno spettacolo fantastico, è una musica che merita l’ascolto e a fine serata resta sempre quel vuoto allo stomaco lì, quello da nostalgia che ti afferra quando un concerto ti è piaciuto davvero e ti rimanda a casa pienamente soddisfatto e coi timpani che fischiano.

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