Perfetti sconosciuti (2016)

Titolo:  Perfetti Sconosciuti  Perfetti Sconosciuti - Locandina
Genere:  Commedia, Drammatico
Anno di uscita:  2016
Nazione:  Italia
Regia:  Paolo Genovese
Consigliato:

Metti sette smartphone e troppi segreti a tavola

Sapete quando guardate un film che non è solo bello per la trama, ma ha anche dei dialoghi intelligenti, i vostri attori preferiti e parla in fondo di cose a voi vicine o che per lo meno sperimentate nella realtà quotidiana anche attraverso i racconti degli altri?

Ecco, Perfetti Sconosciuti è stato un po’ questo per me. E non l’ho solo trovato piacevole ma mi ha fatto anche particolarmente incazzare sul finale, sarà perché l’argomento era attuale e sarà perché il modo di trattarlo era intelligente ma nient’affatto indulgente verso certe problematiche dell’era contemporanea.

Sono stata contenta soprattutto perché il film non si è rivelata una stantia denuncia di come la tecnologia che ci circonda sia brutta e cattiva e una volta si viveva meglio e qui era tutta campagna; piuttosto, se è vero che i cellulari hanno cambiato il nostro modo di stare insieme, è pur vero che siamo noi ad averli voluti usare in un certo modo.

Per usare le parole di Rocco, il personaggio interpretato da Marco Giallino, abbiamo voluto farne le «scatole nere» della nostra esistenza e, si sa, le scatole nere si aprono soltanto dopo un incidente, per fare un’analisi di ciò che è accaduto e rintracciare responsabilità e colpe. Ma più di una ricostruzione dei fatti non si può fare, tutto quello che si poteva perdere è già stato irrimediabilmente perso nello schianto.

[ATTENZIONE, SPOILER SUL FINALE DEL FILM]

La trama in breve

Tutto si svolge in una singola sera, nelle tre ore o poco più di una cena fra amici di lunghissima data. Loro, i maschi, Rocco, Lele, Cosimo e Peppe, sono gli amici di vecchia data. Le mogli, una dopo l’altra, hanno finito per essere integrate nel gruppo a mano a mano che incontravano i rispettivi compagni, ovvero Eva e Carlotta – già migliori amiche – e l’ultima arrivata, Bianca, fresca sposa di Cosimo. Fra tutti l’unico non appaiato, colpa un’improvvida febbre che ha lasciato la fidanzata Lucilla a casa, è proprio Peppe.

Le tensioni affiorano fin dall’inizio: sono nel rapporto conflittuale di Eva con la figlia diciassettenne, Sofia, e nel suo modo troppo duro di porsi col marito, che sembra fare un passo indietro e accettare con rassegnazione la sua eccessiva aggressività; sono nei silenzi di Lele, rinchiuso in bagno a messaggiare con un’altra donna, mentre sua Carlotta beve vino di nascosto e si sfila le mutandine prima di uscire di casa; sono nei timori di Bianca di portare a casa degli amici il vino sbagliato e sentirsi giudicata dalla temuta Eva; sono nell’atteggiamento troppo dimesso di Peppe, che sembra sempre nascondere chissà quale oscuro segreto.

Ma è quando Eva decide di fare un gioco, dopo una movimentata discussione a proposito dei cellulari, che la serata si scalda. Nessuno ha la forza di sottrarsi – per timore di scoprirsi come il bugiardo di turno, quello che ha davvero qualcosa da nascondere – e così tutti mettono il proprio smartphone sul tavolo e cominciano a scambiarsi facezie e battute perché, per lo meno all’inizio, tutto ciò che viene all’aria sono segreti di poco conto, bugie bianche che non fanno male a nessuno.

Sullo sfondo un’eclisse di luna che sembra rendere tutti “strani”, a mano a mano che il gioco procede e le situazioni in ballo si fanno sempre più complicate, finché quello che sembrava un innocuo scambio di cellulari fatto per nascondere un segreto molto banale fa scoppiare in una volta sola tutte le tensioni e i non detti che per anni hanno pesato sui rapporti – amicali e affettivi – dei sette protagonisti coinvolti. E se la storia scuote, c’è da restare spiazzati e colpiti dall’inatteso finale.

Un’eclisse che rovescia tutte le prospettive

Di Perfetti Sconosciuti ci sono molte cose belle da dire, a partire dalla sceneggiatura per proseguire con la performance dei diversi attori – tutti molto bravi e all’altezza del compito – e continuare sull’impostazione decisamente teatrale di questa commedia. Vale ricordare a chi legge che la commedia non è per forza sinonimo di “film comico” o di cine-panettone di cattiva qualità per cui ridere a crepapelle di battute scatologiche che non smuoverebbero neanche un bambino di cinque anni.

La commedia – e qui bisognerebbe ripassare un po’ di letteratura – è semplicemente una storia dai toni comici, sì, ma che può avere sviluppi drammatici anche stimolando il riso dello spettatore, un riso che si fa più amaro mano a mano che passa. Ecco, del film di Paolo Genovese si può dire che abbia fatto onore alla commedia italiana di una volta, quella che usava questo registro per raccontare pagine anche molto drammatiche della storia del nostro Paese. L’intelligenza sta nel non fare il verso a quella tradizione ma nell’abbracciare in pieno la contemporaneità, facendo poi del protagonista apparente della vicenda l’oggetto più contemporaneo e onnipresente nelle nostre vite: lo smartphone.

E se le battute sono calzanti e caustiche, se l’affinità fra gli attori è alta e attorno al tavolo si crea un’intesa prima comica e poi, in crescendo, sempre più drammatica, più di tutto a spiazzare è proprio il finale, che a tutta prima può lasciare persino disorientati – come sempre accade quando un film rompe il patto con lo spettatore. Ma per nostra fortuna non si tratta di un escamotage usato per riconciliare tutti e dimostrare che, in fondo, tenersi i segreti dentro fa bene alla coppia e alla vita sociale.

È che la dimensione del gioco sarebbe una scappatoia troppo semplice per costringere i protagonisti a uscire dalla vigliaccheria di cui ammantano una vita apparentemente di successo e fatta invece di bugie e di miserie umane abbastanza comuni – oppure di quel genere di segreti intimi che proprio a dei cari amici dovresti poter rivelare senza problemi. Finita l’eclisse, il gioco è solo una possibilità irrealizzata, forse quasi presagita dall’occhio lungo di Rocco, abbastanza onesto con se stesso da sapere che non si può giocare con i segreti degli altri. E il cellulare, in quanto scatola nera di quella terza vita che nessuno di noi vorrebbe rivelare mai, in certi giochi non andrebbe coinvolto e basta.

Ma resta, soprattutto, un finale che concilia poco lo spettatore e gli sottrae quel senso di liberazione che gli alterchi feroci e i confronti crudi ma sinceri fra i sette protagonisti gli hanno restituito. Nella realtà non c’è posto per i giochi, c’è solo, purtroppo, la solitudine ottusa e pervicace di chi non ha nemmeno il coraggio di guardarsi negli occhi per dirsi le cose come stanno. E allora no, un gioco sarebbe una scappatoia troppo comoda. Bisogna tornare alla vita vera, ai silenzi inscalfibili, alle solitudini fatte di saltelli solitari su un ponte vuoto nel pieno della notte.

E quindi?

Perfetti Sconosciuti è un film fresco, graffiante, che strappa tante risate ma lascia anche molta amarezza. È un film che fa riflettere, che va digerito e ruminato, perché il coinvolgimento è tanto e le sensazioni che va a scomodare sono feroci, come feroci sono le recriminazioni che dopo anni di conoscenza e presunto affetto i protagonisti finiscono per rinfacciarsi.

Soprattutto è un film che affronta molti temi e li affronta con sincerità e senza ipocrisie di sorta. È un film svelto, che scorre rapido e calzante, non lascia il tempo di riprendere mai fiato, nonostante in un’ora e mezza concentri quelle che sembrano soltanto tre o quattro ore di una serata passata fra amici, perché quella serata è solo un pretesto per svelare i retroscena delle loro vite, i meccanismi, diversi da coppia a coppia, per cui un marito e una moglie finiscono per trattarsi come estranei, dei modi – abbastanza perversi – per cui il nostro circolo di amicizie, la nostra rete di affetti finisce per diventare una maglia stretta e soffocante di sconosciuti da cui temiamo di essere giudicati e che temiamo di guardare dentro, per scoprirne oscurità sgradevoli o sorprese non volute.

Riesce a toccare persino il rapporto conflittuale fra una madre e una figlia adolescente, senza risolvere il tutto con la banale scusa che «sono ragazzi, sono fatti così, lasciamoli a cuocere nel loro brodo di timori e incomprensioni e continuiamo a preoccuparci di noi stessi». Si avventura anche nella denuncia dell’omofobia latente dei più perbenisti, quelli che non sono contro i gay, ne hanno persino uno come amico, salvo dargli del “frocio” non appena viene costretto a fare outing da un’incauta proposta di gioco.

Lo consiglio vivamente e non solo per il tema. Gli attori sono meravigliosi e la recitazione è ottima e il fatto che finora sia il secondo film più visto in Italia con sedici milioni di euro al botteghino, dimostra che il cinema italiano può ancora produrre storie attuali e raccontare la drammaticità delle nostre vite normali, colpendo perfettamente nel segno e offrendo un prodotto di qualità sotto ogni aspetto, dalla sceneggiatura alla recitazione, dai dialoghi alla regia.

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