Deadpool (2016)

Titolo:  Deadpool  Deadpool - Locandina
Genere:  Azione, Avventura, Commedia, Sci-fi
Anno di uscita:  2016
Nazione:  USA
Regia:  Tim Miller
Consigliato:

Grazie di esistere, Ryan Reynolds

(mamma mia, che sottotitolo smielato, si vede che questa sarà l’ennesima recensione a base di lodi sperticate? Sì. E andiamo, allora!)

Io fino a stamattina, quando [Angolo del Markettone non pagato] ho comprato il primo volume della raccolta che il Corriere dello Sport dedica a “Deadpool”, non avevo mai letto un solo numero della testata dedicata al Mercenario Chiacchierone. Sì, c’erano stati i brandelli di vignette che occasionalmente mi intasavano la dashboard di Tumblr; sì, c’erano le disquisizioni sul primo eroe pansessuale della Marvel Comics; sì, c’erano le amiche che lo seguivano e mi raccontavano cose; insomma, un’opinione generica su di lui me l’ero formata ed era molto buona.

Dopo il volumetto di stamattina, credo di aver trovato il primo motivo che potrebbe riavvicinarmi alle testate Marvel dopo anni di astinenza, soprattutto perché erano le storie del ciclo “Deadpool uccide gli eroi Marvel” e, finalmente!,qualcuno che li libera dalla schiavitù della continuity.

Ma non siamo qui per recensire il fumetto, però. Siamo qui per recensire il film, che è uscito ieri qui in Italia e mi dicono (BadTaste me lo dice, non le voci di corridoio) abbia già fatto una bella partenza. Pare ci siano state delle critiche (malinformati che non sapevano cosa andavano a vedere? Puristi più puristi di Ryan Reynolds? Boh) ma chissenefrega, questo film è fantastico e quindi, via alla recensione!

[ATTENZIONE, PROBABILI SPOILER, CREDO, NON SO, NEL DUBBIO SIETE PRE-AVVERTITI, NON LEGGETE SE NON AVETE VISTO IL FILM]

Who/What?, Why?, Where?, Which… Wisconsin…

Il film fa una cosa molta bella, che io amo tanto quando è fatta bene. Non segue una trama lineare ma l’intreccio è un alternarsi ben calibrato di presente e passato, del lungo inseguimento che Deadpool fa per braccare, spaccare di botte e costringere ad aiutarlo Francis, un tipaccio che nei titoli di testa viene definito “inglese sadico”, e vari flashback di come la vita di Wade Wilson, ex-soldato congedato con disonore e poi mercenario che aiuta baby-sitter stalkerate (adorabile bastardo), cambi quando incontra Vanessa, la donna della sua vita.

E una che ti dice «Cavalcami come Yoda cavalcava Luke Skywalker» dev’essere per forza la donna della vita di molti di noi, non c’è, davvero, altro da aggiungere. Scherzi a parte, sembra quasi di assistere a una meravigliosa e un po’ troppo perfetta storia d’amore e Wade Wilson lo sa meglio di noi, quando si rivolge agli spettatori rompendo la quarta parete (di secondo lavoro potrebbe benissimo fare il demolitore professionista, per quante volte la distrugge), per ricordare che la vita è un pendolo che oscilla incessantemente fra il dolore e la noia, con attimi fugaci e per lo più illusori di piacere e gioia.

Ok, non lo dice proprio così ma il senso era quello.

E quindi, il cancro. Al fegato, ai polmoni, al cervello e ai testicoli. Se questa non è l’opera di un Fato crudele, dev’esserci qualche divinità sadica e trollona al lavoro dietro le pene infinite del povero Wade Wilson, che decide di lasciare Vanessa – perché non debba sopportare il peso di un compagno in lento ma inevitabile decadimento – e di accettare la proposta di un tizio alquanto inquietante (Wade gli dà del pedofilo per vie traverse) di sottoporsi a esperimenti che dovrebbero risvegliare in lui i geni mutanti e farne un supereroe.

Oltre che curare il suo cancro.

Ed è qui che incontra Francis (ma a quanto pare lui odia questo nome e si fa chiamare Ajax, come il detersivo per piatti, sempre per citare Wade). E scopre che in questo posto poco simpatico e anche molto sporco gli esperimenti li fanno, sì, ma in modi molto illegali e molto dolorosi, e che non stanno creando i futuri supereroi mutanti ma un’armata di super-schiavi da vendere come mercenari.

La vita è una cosa bellissima.

Seguono esplosioni, combattimenti spettacolari, fuoco, orribili mutilazioni fisiche, Deadpool che fa spoiler, la sua coinquilina cieca, Al, che cerca di montare mobili Ikea con scarso successo, pupazzi di unicorni usati in modo improprio (e qui avrei voluto ridere perché, dai, è troppo assurdo per essere vero, ma poi ho pensato ai Bronies e qualcosa dentro di me è morto per sempre), e Weasel, il migliore amico che fornisce munizioni ma non molto supporto emotivo.

Senza dimenticare Colosso e Testata Mutante Negasonica, un’adolescente ribelle (e qui cito, di nuovo, i titoli di testa) che sembra davvero Sinead O’ Connor da giovane e comunque, a dispetto del nome esilarante, ha un potere fighissimo. E poi c’è Angel Dust, braccio destro di Francis, fortissima e interpretata da Gina Carano (che ho scoperto essere ex-lottatrice di arti marziali miste e dalle scene di lotta il suo passato emergeva alla grande).

Ah, ma allora è davvero un anti-eroe?

Sì. Lasciando da parte il fumetto, che non tutti conoscono, anche nel film Deadpool mantiene intatte le sue caratteristiche di insopportabile bastardo logorroico senza codice d’onore (o con un codice d’onore tutto suo, che differisce molto dalle regole del vivere comune, ognuno la veda come vuole, anche l’immoralità ha una sua etica di fondo, alla fine) e soprattutto è un mercenario che combatte per se stesso e non risparmia i suoi nemici.

La scena in cui Colosso – che qui faceva un po’ la parte del tipico supereroe bacchettone tutto buonissimi sentimenti e troppi scrupoli, che non giovano esattamente granché sul campo di battaglia – cerca di convincere Deadpool a risparmiare Francis, anche se non può curargli le menomazioni che gli ha causato, e il modo in cui il mercenario gli spara in testa mentre il gigantesco membro degli X-Men ancora fa grandiosi ma poco convincenti discorsi è grandiosa. È un calcio nel sedere a tanta retorica supereroistica degli ultimi anni, che ha un po’ troppo travisato il senso dell’essere un “buono”, per promuovere comportamenti perdonisti nei confronti di chi il perdono nemmeno lo cerca (ma, parliamoci chiaro, molto più semplicemente, i super-nemici non possono morire, o cinquant’anni di continuity non li porti a casa).

“Deadpool” è un film che pensavo avrebbe potuto essere soprattutto risate grasse e scorrettissime ma a quanto pare non c’è solo quello. Non è solo il fatto che tutto il processo che trasforma Wade Wilson in Deadpool non fa ridere per niente, anzi, fa un male cane, soprattutto contando quanto a lungo venga manipolato, maltrattato, torturato in ogni modo possibile, pur di sottoporre il suo corpo a uno shock sufficientemente forte da risvegliare in lui il fattore mutante. C’è anche che i superpoteri che Wade acquisisce sono una trollata pazzesca – rigenerano il suo corpo e lo salvano dal cancro ma rigenerano anche le cellule cancerose e quindi lo condannano a patire i peggiori dolori – e Wade potrebbe fare tante cose.

Tipo abbattersi, chiudersi in un angolino a piangere, mettersi a fare il vendicatore mascherato, perché nessuno cada più nelle mani dell’organizzazione criminale che lo ha ridotto in quello stato. Invece recupera il distortissimo senso dell’umorismo che l’accompagnava anche prima, quando è stato soldato e mercenario (e già lì la sua vita non doveva essere una gran favola), e decide che si deve vendicare. Non c’è nessun ammiccamento furbetto, per cui Deadpool coglie due piccioni con una fava e contemporaneamente sconfigge la sua nemesi e salva il mondo. Sì, certo, i traffici di Francis vanno fermati ma non c’è nessuna minaccia incombente sulla città, nessun “team up” per salvare il mondo, Wade Wilson vuole la sua vendetta e salvare Vanessa, niente di più, niente di meno.

È… bello quanto disfunzionale, scorretto, irriverente, svitato, logorroico, sporco e cattivo sia Deadpool, quanto ogni sua mossa sia attentamente studiata per offendere chi ha voglia di scandalizzarsi per nulla, quanto prenda con cinica filosofia il suo status. Si trova male, malissimo, nel suo aspetto esteriore martoriato dal cancro, in un corpo fortissimo che lo condanna a un’esistenza di dolore e fastidi non da poco, accentuando anche il suo carattere anti-sociale (ché, si sa, finché sei bello ti perdonano molte più cose ma se a un atteggiamento insopportabile aggiungi anche un aspetto insostenibile, addio comprensione umana). Eppure la butta sul ridere, di quel riso feroce che potrebbe anche essere amaro e invece diventa tragicamente divertente, perché Wade Wilson proprio non ce la fa a prendersi troppo sul serio.

E quindi?

E quindi “Deadpool” è un film bello bello in modo assurdo, ha sequenze di combattimento fighissime e soddisfacenti, mantiene la promessa di essere irriverente fino in fondo, resta fedele al personaggio fumettistico, anche grazie al fatto che non è un film per tutti.

E meno male. Penso che sia il primo film Marvel dopo parecchio che mi abbia convinto davvero fino in fondo, proprio perché dietro non c’era la necessità di renderlo appetibile per tutti. È stato accusato di essere sessista e, sì, Deadpool lo è sicuramente ma stiamo parlando di un tizio che è il concentrato di tutto il politically scorrect che si possa immaginare, non vedo il problema. Se parliamo del film in sé, avrei i miei dubbi. Al di là di Vanessa, che pur sembrando davvero la “fidanzata perfetta” ha i suoi lati tosti e non è esattamente un’educanda tutta casa e chiesa, fra Angel Dust, che si batte più che alla pari con Colosso, e Testata Mutante Negasonica (ma ce l’ha un nome, sta ragazzina?), che sarà pure la parodia di un’adolescente ribelle ma si batte bene per essere un’apprendista, di sessualizzazione ce n’è ben poca, soprattutto in un film che non cerca di essere “edificante” e poi ti ripresenta la vecchia storia ri-aggiornata e corretta de “La Bella e la Bestia”.

È un film esasperato ed esasperante, ha un ritmo rapido e incalzante, insomma, non so più a cosa appigliarmi per spiegare quanto mi è piaciuto. Moltissimo. Sono uscita dalla sala soddisfatta, soprattutto di notare quanto Ryan Reynolds ci abbia messo entusiasmo e cura nel mandare avanti questo progetto.

Insomma, non ci portate i bambini, non entrateci pensando di vedere un film sul vero potere dell’amicizia e sulle parolacce sostituite con “fondelli” e “accidenti”, evitatelo se il politically scorrect e le inquadrature in primo piano delle chiappe di Ryan Reynolds vi infastidiscono (vi perdete tanto ma sono scelte di vita). Se già conoscete Deadpool e se, in generale, i film scorretti e intrisi di black humor vi piacciono, allora andate di corsa, non ve ne pentirete.

E restate fino a dopo i titoli di coda, mi raccomando!

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