13/11/2015: Perché è importante informarsi

Mi sono interrogata a lungo sul senso di scrivere un articolo del genere; su un blog che tratta di recensioni ed eventi culturali, poi, e non certo di politica. Di fronte ad argomenti di questa portata, risento sempre di un certo complesso di inferiorità, come se fossero troppo seri e troppo delicati per poter essere trattati con tanta leggerezza. Mi dico che la mia opinione in merito non ha diritto di rivestirsi dell’ufficialità di un post, che pretende di essere un minimo obiettivo e trasmettere informazioni utili a chi legge.

Poi mi ricordo che Salvini ha avuto la rara impudenza di cominciare a postare status a raffica, quando neanche si sapeva ancora con certezza cosa stesse accadendo a Parigi. Insomma, se lo ha fatto lui, non vedo perché dovrei tirarmi indietro io.

Mi è stato chiesto, in questi giorni, visti gli studi che ho fatto e i libri che ho letto, che cosa ne pensassi di quello che sta accadendo fra l’Europa e il Medio Oriente e se potessi suggerire modi alle altre persone di informarsi in maniera più completa sull’argomento, anche solo per farsi un pensiero di massima su una situazione che ci sta gettando tutti, volenti o nolenti, nel panico. Sto seguendo, sotto traccia, programmi di approfondimento in televisione, apro un po’ tutti i link che mi capitano davanti – in italiano o inglese non importa – e provo a recuperare i vecchi libri di storia, che in questi momenti tornano più utili che mai.

Proverò a rispondere a questa richiesta andando per quattro punti fondamentali, senza la pretesa di dare una lettura completa di quello che sta succedendo ma piuttosto offrire un trampolino di lancio da cui partire per nuotare nel mare magnum di informazioni sparse che è il web e in generale i mass media nel nostro 2015. Dopodiché, come sempre, sta al lettore fare appello al suo libero arbitrio e tirare le conclusioni che meglio crede, ma farlo con un pizzico di informazioni in più offre qualche certezza, che non fa mai male.

Perché ci stiamo emozionando tanto per ciò che accade a Parigi, mentre per anni abbiamo ignorato le sofferenze del popolo siriano?

C’entra la prossimità, culturale e geografica e storica, di Parigi ai nostri territori, è vero. E una certa parte di colpa in questa “empatia a livelli decrescenti” la giocano i media e il modo che hanno di riportare (e non riportare) notizie di stragi e attentati in Medio Oriente. Siamo assuefatti dalla cronaca quotidiana, al punto che con molto fatalismo ci rassegniamo e quasi consideriamo normale la lunghissima catena di guerriglie e assalti che costellano la vita delle nazioni mediorientali. Nessuna notizia di nessuna strage, per quanto sanguinaria ed eclatante, ci sommuove più di tanto.

E c’entra la nostra memoria corta. Perché in Europa non siamo abituati a eventi di tale portata e violenza. Slegati dal loro contesto mediorientale e inseriti in questo nostro Primo Mondo, ricco e tranquillo nonostante la crisi economica e le inevitabili tensioni sociali, abbiamo dimenticato e quasi ci siamo adagiati sull’idea che nulla potesse toccarci. Su questo dato di fatto mi ha fatto riflettere questa nota de il Post che rimanda a una serie di grafici mostrati dal sito di news americano FiveThirtyEight sull’andamento degli attacchi terroristici in Europa dagli anni Settanta a oggi.

È così che ho ricordato che per moltissimi anni il suolo europeo è stato insanguinato da lotte intestine, che spesso originavano da movimenti separatisti (l’ETA basca in Spagna, l’IRA e i suoi attentati sanguinosissimi nelle due Irlande) o da cellule terroristiche di matrice politica. Qui in Italia, nonostante ci venga raccontato molto poco e molto male, c’è stata una lunga stagione di attacchi terroristici – gli Anni di Piombo – organizzati da Italiani contro altri Italiani. C’è a questo proposito un libro di Camillo Arcuri, “Colpo di stato”, che racconta del tentativo, sventato, di instaurare una dittatura militare qui in Italia sulla falsariga delle dittature fasciste che stavano sorgendo nei Paesi sudamericani e in Grecia (per quasi un decennio sotto la morsa del regime dei colonelli). Se queste parole hanno risvegliato il vostro interesse, la Wikipedia è vostra amica. Nonostante ciò che si dice in giro, ogni articolo della Wikipedia presenta delle fonti a fine pagina, da cui potrete partire per assicurarvi di aver letto informazioni veritiere e non estrapolate fuori contesto.

Ancora agli inizi degli anni Novanta, noi eravamo piccoli ma proprio dall’altro lato dell’Adriatico si combatteva una guerra sanguinaria e aberrante a Sarajevo, dopo la caduta della Iugoslavia, mentre le lotte civili che hanno dilaniato l’Ucraina sono appena dell’anno scorso. Tutto ciò era però sempre culturalmente e temporalmente lontano dal nostro presente: anche all’instabilità delle nazioni dell’Est europeo, seguite alla caduta del Muro e al crollo dell’URSS, eravamo abituati. I Balcani e le nazioni satelliti dell’Unione Sovietica sono sempre stati zone calde, un cuscino di storie nazionali a metà appoggiato al nucleo duro delle Nazioni storiche europee, quelle che dopo due terribili guerre mondiali avevano finalmente trovato un compromesso permanente nella fondazione della ex-CEE, ora UE (ecco un link da cui partire, sotto potete trovare alcuni rimandi bibliografici utili). C’entrava anche il fatto che Francia e Germania, punto nodale dei due conflitti mondiali, avessero deciso di trovare un accordo, soluzione economicamente, politicamente e socialmente più vantaggiosa che continuare a spintonarsi in un continente troppo piccolo per due Nazioni molto grandi, in quanto a popolazione e aspirazioni (e, sì, questo particolare snodo della storia europea è stato l’oggetto della mia tesi di laurea triennale, se volete darci un’occhiata).

Le variabili in gioco sono tante e coincidono con la nostra mancanza di informazioni, con la refrattarietà a ricordare di chi quegli anni di terrorismo tutto europeo li ha vissuti (e forse vuole dimenticare anche per non ricadere nell’atmosfera di generale tensione e sospetto che, informazione a caso, portava le persone a chiudersi in casa alle sette di sera anche in una grande città come Roma), con il dato inusuale di un vero e proprio atto di guerriglia urbana in territori che da quelle situazioni sembravano essere stati risparmiati per sempre – quasi luoghi “sacri” della quotidianità contemporanea, volendo, ché in un’Europa sempre meno religiosa e sempre più laica i riti si fanno immanenti ma resistono e continuano a ricostruirsi attorno a noi, tanto che forse un bar o una sala concerti sono per noi più sacri di una chiesa, perché è attorno a quei luoghi che la nostra vita si svolge, i nostri affetti si radicano, i nostri rituali sociali attecchiscono e si sviluppano.

Ma questa è pura speculazione sociologica e ritorniamo dunque a un po’ di fatti e link.

Sì, ma che sta succedendo in Siria?

In questi giorni su Facebook sta girando un video molto interessante (QUI l’originale in spagnolo e QUI il video doppiato in italiano) risalente al 12 Ottobre 2015 che prova a raccontare, in modo analitico e sintetico, la situazione geopolitica siriana e come siamo arrivati all’ISIS che viene a minacciare le Nazioni europee “a casa loro”.

Col supporto di “Storia diplomatica dal 1919 ai nostri giorni” di Jean-Baptiste Duroselle posso confermare che le notizie riportate da #WHYMAPS sono storicamente fondate e non aggiungerò parole a un video che sa già spiegarsi bene da solo. Soprattutto dimostra come la religione sia solo l’aspetto più evidente di una situazione geopolitica complessa, che ha concause molto più radicate nell’economia e nei giochi di potere che nella “guerra di civiltà”, che gli stessi terroristi vogliono far balenare dinnanzi ai nostri occhi, per spostare l’attenzione dalla vera posta in gioco.

C’entrano i pozzi di petrolio, come sempre, e c’entra il fatto che la Siria e quell’agglomerato di Stati e non Stati aggrappati alla costa più orientale del Mediterraneo (Libano e Israele sul mare, la Palestina e poi all’interno la Cisgiordania e l’Iraq) sono sempre stati un punto caldissimo, in quanto a eventi, scambi culturali ed economici e guerre nella storia dell’umanità. Non credo alla sacralità di quelle zone ma credo alla storia che mi racconta di come la Mesopotamia sia stata la culla della civiltà umana, con i suoi terreni fertili adatti all’agricoltura, con i conflitti fra Sumeri, Assiri e Babilonesi; di come si sia riproposta come zona di colonizzazione per i Greci che approdavano nell’Asia Minore in cerca di territori in cui sfogare una pressione demografica sempre crescente. Ricordo come poco più in là si sia sviluppata la civiltà persiana – l’attuale Iran – e come proprio lì accanto passasse la via della Seta, asse commerciale che collegava l’Estremo Oriente all’Europa mediterranea.

È lì che durante le Crociate si sono stabiliti ordini di monaci guerrieri, pirati, feudatari, monarchi in cerca di bottino, tirando in piedi una serie di piccoli principati, in lotta fra loro e con l’ambiente circostante, in cui affondano le radici di un caos geopolitico che dal suo passato complicato non può prescindere. “Corso di Storia I” di Giovanni Vitolo mi parla di un’Europa di nuovo afflitta dal peso di una popolazione in costante crescita in cerca di uno sfogo, di un’epoca di fortissimo fermento religioso, del desiderio di colonizzare nuovi feudi, di conflitti fra l’allora Impero Bizantino e le monarchie occidentali, che riguardava, tutt’altro che incidentalmente, anche il commercio e il controllo dei traffici che dalla via della Seta dovevano compiere un viaggio lunghissimo, attraversando territori instabili come lo erano i Balcani dell’epoca, per arrivare in Europa.

Ancora, un altro link che spiega in maniera riassuntiva ma si rivela un buon punto di partenza per capire cosa sta accadendo in Siria è questo, un articolo di Limes Online uscito all’indomani degli attentati di Parigi, che traccia un quadro geopolitico della situazione e fornisce alcune spiegazioni utili. Il mio consiglio è di provare a scaricare anche l’ebook del numero 1/15 di Limes, uscito all’epoca dei fatti di Charlie Hebdo, che parla dei delicati equilibri mediorientali. Io stessa l’ho scaricato, proprio per aggiornarmi con più cognizione di causa sulla complicata costellazione di fazioni in campo nella lotta che sta dilaniando il territorio siriano (e, a cascata, continua a provocare agitazioni in tutti i territori vicini). Limes è una rivista italiana che tratta di problemi geopolitici e lo ha sempre fatto con dovizia di fonti e spiegazioni. Sono letture lunghe, me ne rendo conto, ma illuminanti.

Credere che l’unico motivo per cui i terroristi ci attacchino sia la religione islamica è un’analisi incompleta della realtà, che è sempre molto più di quello che appare in superficie. Le politiche coloniali, prima, e i trattati di pace stipulati all’indomani della fine delle due guerre mondiali, poi, hanno lasciato irrisolte molte situazioni, non solo in Medio Oriente ma in questo momento è quella zona il fulcro delle nostre attenzioni. Il video di cui parlavo sopra parte da uno snodo diplomatico fondamentale: gli accordi di Sykes-Picot, un patto segreto attraverso cui Francia e Regno Unito decisero la spartizione delle zone di influenza nel corpo dell’ormai morente Impero Ottomano. Dalle promesse mancate alle popolazioni interne all’Impero – il cui scontento fu abilmente usato contro il Governo centrale – e dall’imprecisa divisione di quelle terre, ignorandone la cultura e la conformazione, sono nati molti dei nodi che oggi sono venuti drammaticamente al pettine.

E sono proprio le politiche coloniali francesi a portarmi alla terza domanda.

Ma perché proprio la Francia sta subendo tutto questo?

Quello di Venerdì scorso è il secondo attentato di matrice islamica che avviene in un anno in Francia. Ci sono ragioni di ordine culturale in questo attacco? Sicuramente. La Francia è una nazione profondamente laica, la patria dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese; ha sempre rivendicato l’indipendenza del suo sistema statuale da qualsiasi influenza religiosa e si nutre al contempo di un forte culto della Nazione, personificata nella Marianne.

C’entrano, però, anche i rapporti che la Francia ha intrecciato con i territori da lei colonizzati, nonché il contesto sociale in cui gli immigrati di seconda generazione sono cresciuti nella più antica Nazione d’Europa.

La Germania, ad esempio, vanta una fortissima presenza di immigrati di provenienza mediorientale nei suoi confini ma non è toccata dalle stesse problematiche della vicina Francia. C’entra sicuramente il fatto che molti degli immigrati presenti nel Paese tedesco siano di origine turca (Paese dove c’è stata una divisione netta fra la costruzione dello Stato e la professione della religione islamica, almeno fino al rigurgito reazionario degli ultimi anni, influenzato anche dal contesto geopolitico sempre più inasprito dalle recenti guerre; a questo proposito, rimando ancora a un po’ di articoli su Limes Online, fra cui questo). C’entra anche il fatto che gli immigrati ammessi in Germania siano tutti altamente qualificati. Hanno un buon lavoro e una buona posizione sociale, rischiare di perdere ciò che hanno guadagnato per aderire alla lettura più cieca ed estremista della religione islamica è per loro un assurdo.

Al contrario, in Francia le tensioni fra gli immigrati e lo Stato francese sono più reali di quello che sembrava fino a qualche settimana fa. Nel non lontano 2005 esplosero sui nostri media per alcune settimane le notizie delle violenze nelle  banlieue francesi. Al disagio sociale di chi protestava si mescolavano anche le inevitabili suggestioni religiose, rinfocolate da una legislazione che non ammette in alcun modo l’ostentazione di simboli religiosi, non solo islamici ma nemmeno cattolici (vedi tutte le polemiche che hanno circondato il divieto di indossare il velo integrale).

Oltretutto, la Francia non è nuova ad attacchi terroristici provenienti dall’esterno. Nel periodo successivo alla Seconda Guerra mondiale, infatti, il Paese dovette affrontare un lungo e travagliato processo di decolonizzazione, che la portò non solo ad abbandonare il Vietnam nell’Asia sudorientale (le subentreranno poi gli USA, con tutte le conseguenze che la guerra in Vietnam portò con sé) ma anche l’Algeria nel Nord Africa. La guerra d’Algeria (ma anche qui)  durò dal 1955 al 1962 e costò alla Francia un grosso impegno, non solo militare ed economico ma anche politico, colpendola anche sul suo territorio nazionale. L’OAS organizzò nel giro di un anno una serie di attacchi sul suolo francese che culminarono nell’attentato di Petit-Clamart.

Allo stesso modo dell’Algeria, anche la Siria era stata sotto il controllo francese, seppure come protettorato. In questo caso, però, l’origine degli attentati di Venerdì 13 Novembre, piuttosto che nel tentativo di liberarsi da un giogo politico che non esiste più da tempo, sembra affondare nella tattica di distrazione che l’ISIS sta adoperando. Sembra infatti confermato da più fonti che l’ISIS stia perdendo terreno proprio lì dove la guerra si sta combattendo più duramente ed è una tesi che io stessa ho sentito ripetere in tv e, per quanto ogni fonte vada valutata con cautela, certamente è un dato di cui tenere conto.

In conclusione, io come faccio a capire quali sono le notizie vere e quelle false?

Google and chill.

Navigare in Internet è tutt’altro che semplice, non esistono manuali che ci insegnino a fare ricerche ottimali né qualcuno ci ha mai insegnato a scuola come comportarci, quando nella timeline di Facebook o di Twitter appare un titolone sparato in capslock che solletica le nostre paure più profonde e ci induce a condividerlo, senza neanche preoccuparci di aprire il link e capire cosa stia succedendo.

Google è nostro amico. Se da un lato è più difficile ricercare prove e testimonianze e fonti, in questa mole immensa di informazioni da cui veniamo bombardati quotidianamente; dall’altro lato è decisamente più semplice avervi accesso, molto più di un tempo. Quello che in questi giorni inquina la nostra capacità di informarci correttamente è un pressappochismo generato dal clima di agitazione generale e dalla voglia pazza di dare la notizia prima di tutti gli altri, di sollevare l’attenzione al massimo, creando il caso, come se davvero ce ne fosse bisogno.

Il panico è un brutto nemico, perché ci rende poco lucidi e ci porta a seguire solo quegli articoli e quelle notizie che ci sembrano confermare i nostri timori o, al contrario, infonderci un senso di falsa sicurezza. È proprio in una situazione del genere, invece, che dobbiamo essere più disposti a fare ricerca e metterci in gioco, senza limitarci ad aprire solo quei link che confermano la nostra visione del mondo. Non farsi trascinare dagli istinti di pancia è più che necessario.

Quella di cui sopra è solo una raccolta incompleta di link. Come ho anticipato non è null’altro che il tentativo di offrire un trampolino di lancio da cui partire. Dopo di che, l’approfondimento non può prescindere da un aggiornamento costante. Viviamo in un mondo affollato, che ci sommerge di input a ogni ora del giorno e della notte, decidere quali vanno ascoltati per primi è difficile ma soffermarsi un attimo in più nello studio di un periodo storico o nello svisceramento di un articolo aiuta sicuramente a farsi un’opinione più consapevole e a non cedere alle paure più irrazionali.

Checché se ne dicesse ai tempi della scuola, la storia serve, è una chiave di lettura indispensabile per capire come siamo arrivati fin qui e per non perdere il filo dei complessi meccanismi che muovono situazioni tanto drammatiche.

Non so se tornerò su quest’argomento, in questo blog, che solitamente parla d’altro. Spero comunque che questo articolo possa aiutare chi lo legge a farsi un’idea più completa, non tanto sulla situazione, ma su come cercare notizie per sentirsi meno spaesati. Internet non è solo un postaccio dove fare flame, insomma. Potete usarlo anche per comunicare effettivamente con gli altri e imparare qualcosa di nuovo ogni giorno.

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