Lupin III – L’avventura italiana: Prime impressioni

Lupin III Avventura Italiana

Domenica scorsa in prima serata Italia Uno ha trasmesso le prime quattro puntate della nuova serie di Lupin III. Le particolarità di questa serie di ventiquattro episodi sono molte. Prima di tutto, trattasi di una prima visione mondiale: la serie è stata co-prodotta fra Italia e Giappone ed è ambientata, per l’appunto, nell’italico Stivale (anche se le prime puntate riguardano San Marino che, sì, nei fatti risiede sul territorio italiano ma sarebbe Stato a sé).

Da dove cominciare? Innanzitutto dal fatto che la serie è stata trasmessa senza censure e, soprattutto, si nota la collaborazione con un team italiano già dai nomi scelti per i personaggi nostrani: abbandonate ogni paura, non vi troverete di fronte a strane concatenazioni di sillabe che non hanno nulla a che spartire con i nostri nomi e cognomi e le scritte sui muri e sui documenti sono riportate in un italiano reale e non in quello arraffazzonato di Google Translate.

Molti si saranno accorti dell’esistenza di questa serie, però, per le polemiche che hanno attraversato i social negli ultimi due mesi a proposito della sigla d’apertura, cantata in collaborazione da Moreno e Giorgio Vanni. È sempre molto divertente notare come qualsiasi iniziativa nasca o arrivi in Italia debba sempre passare sotto la mannaia di un pubblico di “estimator,i” che passano più tempo a cercare il pelo nell’uovo che a considerare il prodotto nel suo complesso. Potrei tirare su un intero sproloquio su quanto odi la deriva disfattista che informa il pensiero nostrano (perché, alla fin fine, i leoni da tastiera sono solo l’evoluzione ultima di un’abitudine che qui ci tramandiamo di padre in figlio). Invece dirò soltanto che, purtroppo per chi si aspettava diversamente, non trovo la sigla così abominevole da meritarsi una petizione e settimane di proteste sul web. Posso concordare che Moreno non sa rappare e che i testi non erano il massimo della finezza, contando che questi professionisti sono pagati per fare il loro mestiere, ma ho sentito di peggio.

Chiuso il paragrafo “sigla” – che finirà per diventare il tormentone di ogni livetweeting fino alla trasmissione dell’ultimo episodio, temo – passiamo al resto.

Come ho detto più su, la collaborazione con il team italiano s’è fatta sentire nella scelta dei nomi e nell’uso della lingua italiana, decisamente più corretta di quello a cui siamo abituati, quando una qualsiasi produzione straniera decide di ambientare una serie, un film o un videogioco nel nostro Paese e poi ti ritrovi i manifesti “morto di vivo” affissi a ogni angolo della Firenze rinascimentale. Altro punto di forza della serie, e spiccava fin dalla sigla, è la grafica. In controtendenza rispetto alla produzione animata degli ultimi anni in Giappone, questi primi quattro episodi avevano una grafica più che decente, davvero buona e piacevole all’occhio. Sperando che la qualità non decada rapidamente col prosieguo della serie, come ho già detto altrove, la trama a questo punto può essere pure una ciofeca, con un’animazione del genere sono disposta a vedermi non ventiquattro ma anche centoventi puntate di questo Lupin.

Sul doppiaggio ho solo cose buone da dire. Nonostante del cast storico sia rimasta in vita solo Alessandra Korompay, sempre seducente nel dare voce a Fujiko, i sostituti – che hanno già avuto modo di mettersi alla prova nella serie su Fujiko di qualche anno fa e nel film crossover con Detective Conan – si sono degnamente impadroniti dei ruoli di Lupin, Jigen, Goemon e Zenigata. Fra i personaggi introdotti di episodio in episodio la serie vanta anche una new entry fissa: Rebecca Rossellini è una giovane ricca e viziata dai cangianti capelli biondo-azzurri, che diventa ladra “per noia”. Su lei ancora non mi sento di esprimere giudizi, perché in quattro episodi è difficile avere abbastanza elementi per essere obiettivi (ma, a pelle, la apprezzo già molto).

Scricchiola un po’ la trama, a dire il vero. Archiviate le sperimentazioni cupe e sinistre di “La donna chiamata Fujiko”, la serie sembra rifarsi un po’ alle atmosfere della seconda serie, quella della giacca rossa, se possibile ancora più edulcorate, preferendo un tono decisamente più ridanciano e scanzonato (che probabilmente evita anche imbarazzi, dato che la Mediaset ha promesso la trasmissione di puntate prive di qualsiasi censura). Non so se considerare questa scelta un bene o un male, la visione di quattro puntate di fila è stata abbastanza rilassante e divertente da indurmi a volerne vedere altre, nonostante il coinvolgimento emotivo e la suspense fossero tutt’altro che elevati. Forse la “lentezza” e la leggerezza sperimentate in queste prime quattro puntate sono fisiologiche per episodi che devono essere introduttivi. Ci sarebbe da chiedersi “cosa” va ancora introdotto di Lupin, data la fama di cui gode in Italia e in patria ma, probabilmente, l’intento è quello di avvicinare un pubblico più giovane e chi non guarda una puntata di Lupin da anni. Insomma, è ancora presto per sapere se questo tono scanzonato prenderà o no una svolta più seria e meno semplicistica.

In realtà l’unico particolare su cui ho da ridire è il modo in cui la serie è stata inserita nel palinsesto. Prima di tutto, la pubblicità: durante le ultime due puntate è stata mandata in onda – senza neanche usare l’eyecatch e dire che in Giappone esiste apposta – la pubblicità ex abrupto nel bel mezzo di scene d’azione, ammazzando ogni climax. E poi la posizione nel palinsesto. Sono state mandate in onda quattro puntate di seguito per la prima mondiale, partendo dalle 21.20, per poi programmare i restanti appuntamenti (questa volta di due puntate alla volta) domenicali alle 23.20.

Non capisco. Non so se qualcuno ha avvertito gli amici di Italia 1 che cominciare a posizionare la serie a orari assurdi e cambiare la messa in onda in modo schizofrenico non fidelizza un pubblico di adulti (perché, capiamoci, non sono i bambini di dieci anni il target di riferimento di Lupin). Mettere una serie che potrebbe avere un discreto seguito alle undici di sera di Domenica, quando al mattino dopo le persone normali si devono svegliare presto e uscire di casa per motivi di studio o lavoro è un suicidio.

La serie potrà in seguito mostrare tutti i limiti contenutistici che si vogliono ma se i distributori – televisivi ma potrei fare un discorso a parte anche per quelli cinematografici – si ostinano a trattare le serie animate giapponesi come prodotti di nicchia e a posizionarli ad orari assurdi e sempre variabili, non si possono lamentare se gli ascolti subiscono un calo abissale e le persone preferiscono rivolgersi allo streaming sul web che, per lo meno, può essere usufruito in qualsiasi orario della giornata che non sia così assurdo come le undici e mezza della Domenica sera.

Che dire? Si spera che la serie riesca a coinvolgere comunque un buon numero di spettatori e si riveli almeno gradevole come lo è risultato dalle puntate trasmesse Domenica scorsa – una sceneggiatura un po’ più intricata non guasterebbe. Rivedere Lupin in tv resta sempre un piacere e il successo di produzioni simili potrebbe persino convincere i produttori nostrani che l’animazione non va relegata soltanto a storie “da bambini”, buone soprattutto per spacciare merchandising a manetta (ogni riferimento alle Winx è puramente casuale).

Magari, in un futuro non troppo lontano.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...