One Direction Story (2012)

Titolo: One Direction Story  One Direction Story Cover
Genere:  Biografia, Non Fiction
Anno di uscita:  2012
Casa editrice: Sperling & Kupfer (ITA)
Autore: Danny White
Consigliato:  FATE VOBIS

Sottotitolo “100% Unofficial” e la precisazione mi sembra doverosa, perché non so neanche quanto alta sia l’attendibilità del tut…

Frena, frena, andiamo dall’inizio, prima che qualcuno chiami l’ambulanza vedendo il soggetto di questo post.

Allora, posso dire che tutto è cominciato a Marzo quando, complici i neuroni andati a farsi benedire, ho preso una mezza cotta deficiente per Zayn, sì sì, quello degli One Direction e la mia amyketta del cuore, del fare e delle riforme ha ben pensato di spedirmi per il compleanno LA BIOGRAFIA DEGLI ONE DIRECTION.

L’edizione con la sovraccoperta, cioè, che sta pazza CHISSÀ QUANTI SOLDI HA BUTTATO PER FARMI UN REGALO “IRONICO” ma comunque.

Io l’ho letta (perché amo il trash e le gossippate sopra ogni cosa e perché, oh, ho letto tutta – sottolineo, TUTTA – la trilogia di “Cinquanta Sfumature”, non mi ferma un libretto di duecento pagine su una band che neanche ascoltavo).

Devo fare subito un po’ di appunti “tecnici” e “stilistici” al libro: è una biografia scritta nello stile più piatto e cronachistico che abbia mai letto. Confesso che le uniche biografie che ho letto in vita mia sono quelle di personaggi storici famosi (tipo quella su “Carlo V” di Gerosa, che mi ha segnato i sedici anni in bene) quindi suppongo che invece ci sia bisogno di usare le pinze, quando si parla di gente ancora viva o con parenti viventi che hanno diritti di copyright pure sulle sillabe del tuo nome. Mi è sembrato di leggere un tema scolastico, con qualche erroraccio di consecutio temporum che non so se imputare alla traduzione o proprio all’autore originale del libro.

Però gli devo fare merito di essere stata davvero una lettura rilassante. Non sto scherzando, ieri notte ho avuto un attacco di insonnia molto gratuito e auto-provocato e mi sono messa sul divano a leggiucchiare guardando “I Simpson”. L’ho finito nel giro di quattro ore (tre notturne e una stamattina) ed è la tipica favoletta moderna sui bravi ragazzi che, grazie alla forza dei buoni sentimenti e con l’aiuto di un “genio benevolo”, riescono ad arrivare al successo. Non so definire altrimenti questa “biografia non ufficiale”. È chiaro che nella narrazione molto sia stato edulcorato e il libro stesso è datato al 2012 quindi fa un po’ parte di quel merchandising precoce che ha lanciato la band, prima e poco dopo che venisse fuori il loro primo album.

Per citare l’autore:

«gli One Direction si trovarono in una posizione strana: su di loro erano stati pubblicati più libri di quanti dischi avessero messo sul mercato».

Ecco, insomma, questo libro per me è diventata un’ottima scusa per parlare di altro, dei talent, delle boyband e del mondo dell’industria musicale contemporanea, degli One Direction, che ho snobbato come molti altri “amanti della musica vera” ma effettivamente non ho mai ascoltato. C’è da dire che non sono mai stata una fan delle boyband, neanche quando ero bimba/adolescente e impazzavano i Take That, i BSB, gli N’SYNC, i Westlife e i Blue, ma ascoltare è praticamente gratis, ai tempi di Internet.

Così me ne sono andata a cercare i video delle loro performance su YouTube e ho messo a palla Spotify sulla loro pagina, sparandomi in endovena tutti e quattro gli album che hanno pubblicato finora (ho un po’ sofferto, lo ammetto).

Da dove comincio questo rant, che sennò poi perdo la brocca e viene fuori un pippone immenso? Partiamo proprio dal libro. Ho sorriso in parecchi passi della narrazione, che ha comunque il pregio di essere più piacevole e corretta di una fanfic nella sezione dedicata agli 1D su EFP. Il libro, senza mezzi termini, cerca di spacciare per vera la storia che Simon Cowell, il produttore e fondatore di X-Factor, abbia scelto di formare una band con i cinque ragazzi – che non avevano superato la fase da solisti – semplicemente perché colpito dalle loro doti.

Ora, io ho visto tre video di tre loro esibizioni al talent. Detto francamente, visti i risultati, senza tutto il battage pubblicitario e il caso che è stato costruito ad arte attorno a loro (con un pubblico ormai addestrato ad andare in visibilio solo perché abbiamo davanti cinque ragazzotti adolescenti carucci e allora, spertichiamoci in lodi a caso), a questi non avrei dato un centesimo, neanche se li avessi beccati a cantare, malvestiti e male in arnese, alla fermata Cipro della Metro A con l’acqua che cadeva a fontanella sulla loro testa.

Io non ce l’ho con loro. A differenza di Justin Bieber sono pure educati e, alla fine, sono abbastanza pilotati dall’etichetta che sta loro alle spalle. Non è che posso biasimare cinque adolescenti qualunque per essersi fatti tentare dai soldi e dal miraggio di un successo “facile”. Me la posso prendere con le case discografiche, con chi organizza queste manifestazioni e con l’industria musicale in generale, però, visto che negli occhi e negli intenti di chi tira su questi fenomeni c’è malizia. Eccome se ce n’è.

Più leggevo questo libro e più mi convincevo che, in effetti, nonostante il grande dispendio di mezzi economici e umani per tirare su il baraccone circense che è una trasmissione simile, il talent diventa un buon modo per testare su campioni ampi di popolazione la possibilità di lanciare nuove leve, limitando per l’etichetta discografica i rischi connessi all’arrivo di nuovi artisti su un mercato comunque in difficoltà come può esserlo quello musicale – e più in generale culturale – in un momento di crisi. Quando la gente dovrebbe risparmiare pure sul cibo, l’unica maniera di convincerla a prendersi la copia fisica di un cd (in tempi di file che girano sul web, poi) è parlare alla sua “pancia”, a quegli istinti ormonali che ti mandano abbastanza su di giri da sborsare venti-trenta euro per comprare qualcosa di cui, razionalmente, faresti a meno.

Tutto il processo di selezione, addestramento, adeguamento delle aspiranti popstar viene reso pubblico, non per amor di trasparenza ma per osservare passaggio per passaggio le reazioni dell’ascoltatore medio e aggiustare il tiro, quando non si sa bene che direzione far prendere ai concorrenti. Come dissi in un post precedente, la tecnica vocale e l’esperienza musicale possono andare a farsene benedire. Il fattore X fa un po’ rima con “fattore culo”, con bell’aspetto, quanto basta di presenza scenica e simpatia, un pizzico di intraprendenza e una certa resistenza allo stress, che le maratone di spettacoli dal vivo comportano.

Anche far arrivare terzo il gruppo credo sia stato un espediente abbastanza pilotato. Un “quasi vincente” che ha già attirato le simpatie del pubblico, smuoverà ancora di più la massa di nuovi fan a lottare per farlo lanciare sul mercato, magari esasperando i toni e sborsando qualche dindino in più, perché sennò il rischio di non vederli più sulla scena musicale diventa grande.

Di sicuro ha funzionato. Quello che ha reso “innovativi” gli One Direction non è certo la musica che fanno, comunque. In un lungo pomeriggio di tedio e rilassamento, ho ascoltato tutti e quattro i loro album e posso dare due pareri finali sul tutto: sembrano la minestra riscaldata dello stufato avanzato dagli anni Novanta e Duemila del meglio delle boyband; ascoltate quattro canzoni, hai ascoltato tutto il loro repertorio. E d’altronde non ci si può aspettare grossi guizzi di originalità, da una band che ha pubblicato quattro dischi in quattro anni, bruciando fin troppo le tappe e tenendo costantemente occupato un gruppo di scrittori e compositori alle loro spalle.

Mi piace definirli “intrattenimento da ascensore”: fanno quella tipica musica che sta benissimo in sottofondo ad altre occupazioni. Non hanno particolari lampi di genio, le voci sono gradevoli e si confondono fra loro grazie alla magia dell’autotune e di tutti gli ovvi aggiustamenti che avvengono, durante il montaggio in studio. Se non sai l’inglese, ti perdi il loro ossessivo parlare a questa “ragazza immaginaria” di cui sono innamorati, con cui stanno assieme, che vorrebbero fare loro, che non li ama più e li fa soffrire. Mi chiedo se sia mai possibile che cinque adolescenti abbiano come unico pensiero di corteggiare sempre una ragazza diversa ma poi mi ricordo che il modo più facile per conquistare l’adolescente media, è passare attraverso la convinzione che le è stata instillata: quella che durante il magico “tempo delle mele” la cosa più importante è che un ragazzo la faccia sentire “bella e speciale” e che si trovi il fidanzatino che le dedica canzoni. Così come insegnamo ai “nostri ragazzi” che l’unica cosa che devono ricavare dalla loro adolescenza è perdere la verginità, con una bella strappona, possibilmente. Che bello solleticare sempre e solo gli ormoni delle persone, sì?

Ma torniamo a bomba. Non fanno musica innovativa e forse mi ha giusto attirato il loro primo album, perché è letteralmente un fritto misto di tante suggestioni musicali pop differenti, un’eco indefinita di altri gruppi e altri stili che risvegliano nell’ascoltatore adulto l’effetto nostalgia. Sull’ascoltatore adolescente e ancora poco aduso a certe sonorità, crea fidelizzazione, perché in fondo sono motivi già “testati negli anni” su altri adolescenti che sono venuti prima di loro e hanno amato altre boyband, costruite allo stesso modo. Adesso lo scandalo sorge perché chi era ragazzo allora, è adulto oggi e, se nutre una certa indulgenza nei confronti dei propri ricordi, non è disposto a fare lo stesso con ciò che il mercato ci offre ora.

Se non inventano nulla, che cosa ha reso gli One Direction così tanto popolari? Il motivo l’ha suggerito lo stesso Danny White. Gli One Direction hanno occupato un “vuoto”, presente al momento in cui sono stati lanciati, di boyband che potessero sfondare sia sul mercato britannico che su quello americano. Non solo. Gli One Direction sono stati uno dei primissimi esempi di fenomeno musicale pompato e sensazionalizzato attraverso i social network.

Dal punto di vista della costruzione del fenomeno e della sua comunicazione al grande pubblico di adolescenti sono stati innovativi. Più ancora che loro, Simon Cowell e la sua etichetta sono stati astutissimi. Nonostante il libro faccia l’impossibile per mostrare la spontaneità di questo “sogno divenuto realtà”, tutto, persino gli occasionali flirt che i ragazzi della band hanno intrattenuto e fatto trapelare – fino a scatenare l’ira di una fanbase, immatura, sì, ma adeguatamente fomentata nel tempo – è stato orchestrato in maniera tale che gli One Direction, su cui Cowell aveva fortemente puntato, rendessero quanto e più del previsto.

Chi bazzica sul web da un po’ di tempo, sa di cosa parlo. Nel periodo 2011-2013 Twitter era un infuriare costante di duelli all’ultimo sangue fra hater ultra-ventenni e fan scatenate di tutte le età, sommovimento che ha soltanto contribuito al crescere della fama del gruppo anche fra chi, come la sottoscritta, non guardava i talent e non ci pensava neanche ad ascoltare stazioni radio che passavano questo tipo di musica. Per parte mia non credo che gli One Direction si meritino né l’odio feroce né le lodi sperticate di chi ha puntato i suoi investimenti su di loro.

Tante perplessità mi sorgono a proposito dell’industria musicale contemporanea. Posto che ormai è un’industria a tutti gli effetti, che prende le persone, ne stravolge l’aspetto e gli atteggiamenti, le mette su un palco e le fa muovere come vuole a proprio uso e consumo per infiammare un pubblico di analfabeti musicali che vogliono solo e soltanto note facili su cui commuoversi un po’, mentre si smaltano le unghie dei piedi o prendono il bus per andare in centro, le mie domande sono due.

Possibile che non ci sia spazio anche per altro? Non aborro la musica commerciale, è giusto che ci sia spazio anche per l’intrattenimento leggero (magari fatto bene, però) e le case discografiche non possono campare d’aria e buona volontà, però tutti questi introiti non dovrebbero servire a finanziare anche progetti più “rischiosi” e di nicchia, invece di finire nelle case al mare di avidi dirigenti?

La seconda domanda è questa: io le performance dal vivo a X-Factor degli One Direction le ho viste. Non ho mai cantato in vita mia in modo professionale ma ho una sorella che prendeva lezioni, ho fatto pianoforte, ho un minimo di educazione musicale. Canto meglio io sotto la doccia che loro mentre abborracciano “Viva La Vida”. Vi giuro, mi è venuto uno spasmo nervoso potente quando hanno intonato «I used to rule the world». E voglio capire la tensione della prima serata ma ogni performance canora era una stonatura. Voglio accettare gli adolescenti buttati in pasto ai leoni per amor di introiti altissimi ma non vale né la scusa che hanno una voce ancora giovane (insomma, Massimo Ranieri, Rita Pavone, Gianni Morandi hanno iniziato giovanissimi e avevano ben altre doti canore) né quella dell’emozione, se dopo nove settimane di talent ancora siete ridotti così male da non riuscire neanche ad armonizzare le vostre voci.

Volete delle piccole star in erba, devono essere cantanti, è possibile provare a privilegiare persone carismatiche con un pizzico di tecnica musicale o davvero ormai le case discografiche vogliono solo manichini parlanti da spremere finché la generazione corrente di adolescenti sarà troppo grande per continuare ad ascoltare gli One Direction e, allora, avanti il prossimo?

Vorrei dire che viviamo un profondo Medioevo culturale ma il Medioevo è un periodo lungo mille anni dove sono accadute tante cose e di cultura ce n’era e ne circolava parecchia di più di quella che vedo in giro adesso. Forse giusto ai tempi della caduta dell’Impero Romano eravamo messi tanto male.

Ma sto divagando.

Alla fine io avrei dovuto consigliare/sconsigliare questo libro. Solo che non ve lo sconsiglio. Nel senso che, se avete tempo da perdere, una notte insonne da superare o il sole a mare da prendere, un po’ di soldi da parte da sprecare e vi interessa studiare il fenomeno musicale – o anche se siete fan e fate bene; detto francamente, finché non mi spammate odio su Twitter perché non amo gli One Direction, potete amare quello che vi pare – questa biografia è una discreta e rilassante lettura, scorre via facile e vi può persino divertire.

È un po’ come quelle commedie romantiche anni Duemila che passano in tv dove nothing hurts and everything is okay, tutti sono ricchi, c’è qualche falso imprevisto ma alla fine niente che vi svegli dal torpore in cui sprofondate, sedendovi sul divano.

Insomma, fate vobis, poi magari una mattina mi sveglio e finalmente pure la moda dei talent sarà passata.

Solo che ho paura di pensare a cosa si inventeranno dopo.

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Un pensiero su “One Direction Story (2012)

  1. Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa! Ma devo ammettere che ci speravo, che finisse così ;D attenta, che l’anno prossimo ti arriva il DVD originale di “This Is Us”! (No, la biografia di Justin Bieber te la risparmio, non sono ancora così cattiva).
    PS: Anvedi che hai tirato giù una bella riflessione sulle dinamiche socio-economiche dell’industria musicale dei nostri tempi, sempre detto che anche il trash torna utile!

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