Da Vento Aureo a Neon Genesis Evangelion: perché ancora non riusciamo a rispettare l’animazione giapponese

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Un “Apostolo” direttamente dal ventunesimo episodio di Neon Genesis Evangelion

Chi ha nel suo giro di amicizie – reali e virtuali – appassionati di fumetto e animazione giapponese, nei giorni scorsi avrà assistito, anche se solo marginalmente, all’esplodere di due polemiche in quest’ambito. La magnitudine di una delle due è stata così ampia da coinvolgere anche testate internazionali e non solo quelle che si occupano specificamente di fumetto e animazione. Stiamo parlando di due articoli su Vento Aureo e dell’arrivo di Neon Genesis Evangelion su Netflix.

Ma andiamo per ordine.

Lo strano caso di Mr. Giorno Giovanna e Miss Giovanna Giorno

Tutto comincia il 18 giugno 2019, quando su Fanpage.it prima e sul Corriere del Mezzogiorno poi appaiono due articoli sullo stesso argomento: Le Bizzarre Avventure di Jojo – Vento Aureo. La pietra dello scandalo sembra essere il ritratto “troppo gomorrizzato”, come sottolineato da entrambi gli autori degli articoli, di Napoli, che fa da sfondo a una parte delle avventure del protagonista, Giorno Giovanna (la storia si dipanerà poi anche in altre località italiane, da Venezia alla Sardegna a Roma). Quello che però è sfuggito a chi ha vergato parole indignate nei confronti della serie è il contesto. Errori grossolani nella stesura degli articoli tradiscono la totale ignoranza dei due autori dell’argomento che stanno trattando. Un’ignoranza che in un caso, addirittura, è così forte da scambiare il titolo della quinta parte della serie, Vento Aureo, per il nome del protagonista, svista dell’articolo originale successivamente corretta (ma non segnalata) in seguito alle proteste di molti commentatori.

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L'”ambiguo” Giorno Giovanna e l’ancor più ambiguo “poliziotto coi superpoteri”, che forse voleva leccare altro…

Un’ignoranza che diventa anche vagamente omofoba, quando l’autore dell’articolo sul Corriere dice del nome del protagonista: “l’ambiguità di genere sul nome è voluta”. In realtà “Giorno Giovanna” è una traslitterazione italianizzata del nome giapponese del protagonista, Haruno Shiobana, senza l’intento di voler alludere ad alcuna fluidità di genere. Elemento che, in ogni caso, non avrebbe posseduto alcun connotato negativo, a differenza di quanto la parola “ambiguità” voglia lasciar supporre. L’insistenza sull’ambiguità si fa ancora più forte, quando il personaggio di Bruno Bucciarati, pur nominato nell’articolo, viene additato non come il capo della gang malavitosa Passione (a cui in seguito Giorno si unirà) ma come “un improbabile, e sessualmente ambiguo, poliziotto dotato a sua volta di superpoteri”. Ancora insistenze sull’ambiguità sessuale, che peggiorano un articolo a cui manca il lessico giusto per parlare di un manga giapponese. “Fantasy” e “superpoteri” sono termini che vanno bene per descrivere le produzioni occidentali. Quando si descrivono gli elementi di uno shounen (fumetto che in Giappone ha come target i giovani maschi dai tredici ai diciotto anni), altra è la terminologia a cui fare ricorso.

Perché Le Bizzarre Avventure di Jojo (questa la traslitterazione occidentale corretta, non “Jo-Jo”, come viene trascritto nei due articoli) è un fumetto per ragazzi, che presenta al suo interno elementi fantastici (non “fantasy”, dato che è ambientato nel nostro mondo) e sovrannaturali. Non si può definire uno Stand, il potere di cui è dotato Giorno Giovanna, un super-potere, essendo una materializzazione del suo potere spirituale. Sembrano sottigliezze ma come un articolo che si occupa di geopolitica non definirà erroneamente un “trattato di non belligeranza” come un “accordo di pace”, un articolo che si occupa di arte e cultura non può mescolare il genere fantastico con quello fantasy e astrarre dal contesto di una vasta serie un singolo episodio, per tirare sommarie conclusioni.

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I protagonisti (meno Fugo Pannacotta) di Vento Aureo nella seconda opening dell’adattamento animato

Il tono scandalizzato dei due articoli è fuori luogo per due motivi: prima di tutto, è fuori tempo massimo. La prima puntata di Vento Aureo è andata in onda in Giappone – e in contemporanea su siti di streaming come VVVID.it e Crunchyroll – il 5 ottobre 2018, non esattamente l’altro ieri. E il tono bizzarro, appunto, delle avventure di Jonathan Joestar e dei suoi discendenti ha sempre contraddistinto ognuna delle otto serie in cui è articolato Le Bizzarre Avventure di Jojo. Dalla Londra vittoriana, popolata di vampiri e loro seguaci, alla Florida del 2011, dall’Europa degli anni Trenta all’Egitto degli anni Ottanta, di criminali, sobborghi malfamati e “personaggi ambigui” il manga – che va avanti da più di trent’anni – ha sempre abbondato. Al punto che nello stesso Giappone di Hirohiko Araki (l’autore di Jojo), in cui è ambientata la quarta parte, Diamond is Unbreakable, la piccola cittadina di Morio-cho è una centrale inesauribile di serial killer e psicopatici criminali della peggior specie.

Sarebbe sicuramente interessante analizzare con mente aperta e senza pregiudizi la percezione che all’estero, anche nel Paese del Sol Levante, si ha dell’Italia. Sarebbe, però, ancora più opportuno informarsi a proposito dell’opera di cui si parla, dei suoi codici espressivi, del contesto culturale che l’ha partorita, dello stile del suo autore, prima di accusarla di ignoranza – altrimenti si commette lo stesso errore che le si imputa. E, a tal proposito, non è strano che Giorno Giovanna usi le lire: Vento Aureo è stato scritto fra il 1995 e il 1999 ed è ambientato nel 2001. È ovvio che in Italia si ragioni ancora in lire ma questo non lo si può sapere, se non si è, appunto, fatta un po’ di ricerca e se, di più, non si conosce a fondo l’argomento (in questo caso i manga), di cui si sta parlando.

Il Nuovo “Nuovo Secolo Evangelion”

E qui subentra il caso Neon Genesis Evangelion. A questo punto bisogna spostare l’attenzione dal mondo del giornalismo a quello della distribuzione – in particolare della distribuzione occidentale. Il caso dei diritti di questa serie di animazione giapponese – che nel 1995 segnò un’epoca e in qualche modo una cesura rispetto alle serie animate prodotte fino a quel momento per la TV – è già di per sé paradossale. Per anni negli Stati Uniti NGE ha vissuto in un limbo. I consumatori statunitensi non potevano mettere le mani su una versione in DVD o Blu-Ray ufficiale, non solo perché il distributore iniziale della serie, la ADV Films, era nel frattempo fallito, ma anche a causa del balletto dei diritti in terra giapponese fra lo Gainax, che aveva lavorato su Evangelion a suo tempo, e lo Studio Khara, fondato dal regista della serie, Hideaki Anno.

Quando Netflix ha deciso di portare sulla sua piattaforma la creatura di Anno, per aggirare ogni problema di diritti ha deciso di ri-adattare e ri-doppiare completamente la serie, non soltanto negli Stati Uniti ma anche in Italia. Al danno, anche la beffa, perché la sigla di chiusura, Fly Me To The Moon, è stata eliminata per non incorrere in altri problemi di diritti, che la piattaforma evidentemente non voleva pagare. La polemica che è scoppiata negli USA e in Italia all’indomani del rilascio della serie sulla piattaforma, il 21 giugno scorso, si incentra esattamente sullo stesso problema: una pessima traduzione che, lungi dall’essere più fedele, rende i dialoghi in più punti forzati. Nel caso italiano sono addirittura incomprensibili, come sottolineato dagli screen postati dalla pagina Facebook Gli sconcertanti adattamenti italiani dello Studio Ghibli.

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Sachiel, il primo “Apostolo” ad apparire in Neon Genesis Evangelion

Sarebbe troppo lungo descrivere nel dettaglio tutte le incongruenze commesse dagli adattatori (e per la querelle angeli/apostoli si rimanda a questo articolo). Nel caso dell’adattamento statunitense, la polemica si lega specificamente alla decisione dello Studio Khara di supervisionare la localizzazione, premendo per una traduzione il più letterale possibile. Un problema che sottolinea che chi si muove in questo settore sappia molto poco di cosa significhi “adattare” un prodotto per un pubblico estero, camminando con intelligenza sul confine che separa piena fruibilità e aderenza al senso originale, senza sacrificare né l’una né l’altra.

In Italia, tuttavia, la situazione si è rivelata ancora più grave. Gli adattamenti non sono troppo letterali ma assemblati in una non-lingua, composta da sinonimi spesso desueti o sbagliati di parole più comuni e costruita per strutture sintattiche che ricalcano quelle del giapponese, lingua molto lontana dall’italiano (un esempio per tutti: la sovrabbondanza di frasi in cui il verbo viene posto alla fine, rendendo la comprensione del parlato molto difficile). È così che il nuovo adattamento, venduto come “più fedele”, partorisce mostri del sonno della ragione come: “Shinji, io non posso fare altro che restare qui ad annaffiare. Però quanto a te, quanto quel che tu non puoi fare per te, qualcosa da poter fare dovrebbe esserci ma non ti costringerà nessuno. Pensa da te stesso, decidi da te stesso che cosa adesso tu stesso debba fare. Beh, che tu non abbia rammarichi”. Un flusso di coscienza già difficilmente decifrabile per iscritto con tutto l’ausilio della punteggiatura, figurarsi se ascoltato mentre si guarda la serie.

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Neanche tutte le virgole di questo mondo possono ridare un senso a questa accozzaglia di complementi di limitazione

Quella che ci viene consegnata, come spettatori vecchi e nuovi, è così un’opera che nell’originale presenta dialoghi perfettamente comprensibili al parlante giapponese, mentre in italiano si trasfigura in uno strano ibrido, dove la personalità e le scelte stilistiche dell’adattatore sopravanzano la necessità di consegnare al pubblico un’opera intellegibile. Un tradimento, insomma, delle intenzioni originali dell’autore, che mai ha pensato di costruire i dialoghi della sua storia perché fossero incomprensibili a chi la guardava.

Un tradimento ancora più grave, alla luce del fatto che il responsabile di questo adattamento è stato Gualtiero Cannarsi, nome già noto agli appassionati di animazione giapponese (su Dimensione Fumetto è presente uno speciale in più parti dedicato alla sua carriera e alle falle del suo “metodo” di traduzione), perché per più di un decennio si è occupato di adattare i film dello Studio Ghibli (quello, per intenderci, del premio Oscar La città incantata), facendosi già riconoscere per i suoi vezzi linguistici, che dimostrano una cattiva conoscenza dell’italiano, prima ancora che del giapponese. Ci si chiede: perché continuare ad assegnare ruoli di tale responsabilità a una personalità che ha destato per anni le proteste non solo del pubblico (a cui questi prodotti sono rivolti) ma anche di traduttori, studenti di traduzione, doppiatori, esperti del settore?

Si entra forse nell’approfondimento sociologico spicciolo ma sale il sospetto che i distributori occidentali e persino gli stessi studi di produzione giapponesi siano convinti che l’animazione giapponese (e di conseguenza anche il fumetto) siano e restino in Occidente prodotti di nicchia per un pubblico di nicchia. Non solo la considerazione è scorretta (opere come One Piece e Dragon Ball hanno avuto una diffusione altissima anche fuori dal Giappone; opere come Trigun hanno avuto addirittura più successo negli USA e in Europa che in patria) ma presume che la nicchia sia costituita da persone che vogliono trovarsi fra le mani un rompicapo, piuttosto che godere della visione di un’opera, creata in un contesto culturale anche distante dal nostro.

Perché non vi è dubbio che all’impatto, anche col migliore degli adattamenti, il profano che poco conosce della società giapponese resti spiazzato da nomi di cibi, abitudini di vita, relazioni gerarchiche fra persone di età diversa, riferimenti religiosi e storici distanti dai nostri. È l’inevitabile impatto delle differenze culturali, quando ci si approccia a un’opera che non è pensata per essere universale ma diretta a un pubblico di partenza specifico. In altri ambiti, ci si sforza di lavorare a adattamenti che possano avvicinare il pubblico all’opera che si sta distribuendo, come per le serie americane di punta (anche se negli ultimi anni gli elevati ritmi di produzione hanno costretto molti adattatori a lavori superficiali persino in questo caso).

Perché la cultura giapponese non è appannaggio di pochi

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Orange Road, chi? Esper? Ma no, è QUASI MAGIA, JOHNNY

Non si capisce perché nel 2019 ancora permanga questo stigma sulle produzioni culturali che vengono dal continente asiatico e, in questo caso specifico, dal Giappone. Non si capisce perché si sia chiusa l’epoca delle grandi censure e dei potenti stravolgimenti (erano gli anni in cui la Usagi di Bishoujo Senshi Sailor Moon era “Bunny” e il Kyousuke di Orange Road era “Johnny”), solo per inaugurarne una di presunte traduzioni letterali, che non solo continuano a calpestare il senso originale dell’opera ma la rendono ancora meno fruibile da parte del pubblico. Non si capisce perché da più di quindici anni sia stato affidato un lavoro di adattamento a una persona, come Gualtiero Cannarsi, che del suo lavoro afferma: “Del pubblico non so, ma onestamente non mi interessa neppure”. Affermazione gravissima, per chi dovrebbe, come adattatore, creare un ponte fra due culture e invece lo demolisce, lasciandosi dietro solo un vuoto e allontanando un pubblico che, nel migliore dei casi, si rivolgerà alla pirateria – causando anche un danno all’industria dell’animazione giapponese.

O forse si capisce, alla luce del fatto che questi due separati episodi riassumono un atteggiamento ancora troppo in voga e profondamente paternalistico nei confronti di altre culture non occidentali: l’idea che tutto quello che è lontano da noi sia “esotico”, “strano”, “ambiguo”, “incomprensibile” e che non ci sia modo di creare nessun tipo di contatto fra “noi” e “loro”, divisi dagli Urali e da secoli di storia. Un’idea sbagliata e che tratta in modo grossolano prodotti culturali che meriterebbero lo stesso rispetto e considerazione di quelli provenienti dall’altro lato dell’Atlantico e dall’altro versante delle Alpi.

Un’idea a tutt’ora confermata da quello che ha riferito Fabrizio Mazzotta, direttore del doppiaggio dell’infelice adattamento di NGE, in un’intervista rilasciata a La Stampa. In quell’intervista ha parlato delle difficoltà, in sala di doppiaggio, di poter intervenire sul copione per renderlo più comprensibile. Nel testo si legge:

Lo stesso Mazzotta, confessa, ha avuto delle difficoltà. Come direttore del doppiaggio ha provato a correggere alcuni passaggi – secondo il suo punto di vista – ma la VSI gliel’ha impedito, dicendo che non si poteva. «Non so che tipo d’accordi avessero stretto. Io ero un loro dipendente, quindi mi sono rimesso alle loro direttive».

Le motivazioni dietro queste resistenze e anche dietro l’appoggio di un adattamento così inutilmente astruso e complicato, sono spiegate più avanti nell’articolo e confermano quello che si diceva più sopra:

Nella visione di VSI, “Evangelion” è una serie molto specifica che si rivolge a un pubblico specifico. «E l’idea, secondo me, è sbagliata», aggiunge Mazzotta. «Non si può pensare che visto che parliamo di cartoni giapponesi, ci rivolgiamo a un pubblico particolare, con interessi particolari, che ha bisogno di un linguaggio particolare. Perché non è così».

Nessuno pensa che l’adattamento di Game of Thrones debba essere impostato su un linguaggio medievaleggiante, perché “il pubblico del fantasy è un pubblico specifico”. Semmai, serie “di genere” come quella nata dai libri di George RR Martin, hanno dimostrato che persino un pubblico non di nicchia e non amante del fantasy possa appassionarsi a una storia fantasy, di fronte a un telefilm che, almeno nelle prime stagioni, era ben gestito, ben recitato e certamente non fitto di dialoghi incomprensibili ai più. Dunque, perché improvvisamente questo discorso non vale più, quando si parla di prodotti culturali che vengono dal Giappone?

Fa piacere, certo, sapere che Netflix ha deciso di rivedere questo nuovo adattamento, alla luce delle troppe proteste portate avanti dal pubblico. Proteste non nate da un capriccio ma dalla provata incomprensibilità di dialoghi confezionati in una non-lingua, con l’uso di sinonimi sbagliati al posto sbagliato e con la precisa volontà, stando a quelle che sono le dichiarazioni dello stesso Cannarsi in diverse live di cui è stato ospite, di offrire al pubblico una sfida. Come se rendere impossibile la fruizione di un’opera al pubblico straniero, fosse fare un servizio all’autore.

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Netflix Italia fa marcia indietro il 28 giugno, sorprendendo un po’ tutti

E al proposito delle due live di cui Gualtiero Cannarsi è stato ospite in questi giorni – una per Astromica e una per Animeclick – non si può non notare anche qui l’approccio del pubblico di appassionati di manga e anime a un problema che coinvolge il rispetto di un’altra cultura. Queste live non hanno coinvolto esperti di traduzione, adattatori, madrelingua giapponesi, (anche se la live di Animeclick ha perlomeno contato fra i suoi ospiti una studentessa di traduzione ma di inglese e russo) o persino colleghi doppiatori che hanno dovuto lavorare a questo nuovo doppiaggio, piegandosi alle assurdità dei copioni confezionati da Cannarsi. L’impressione che si è ricavata era quella di voler cavalcare una polemica, di voler ottenere visualizzazioni attaccando in video una persona che è diventata una specie di spauracchio, quando invece si è rivelata la punta di un iceberg molto più grande, un iceberg fatto di incompetenza (Gualtiero Cannarsi stesso ha sempre ammesso di non aver mai studiato traduzione in vita sua, fa un lavoro per cui non ha titoli, insomma) e di persone che di fronte alle critiche, reagiscono accusando intere fette di pubblico di stupidità e ignoranza.

Tuttavia, rispondere all’ignoranza coinvolgendo personalità che non conoscono il lavoro di traduzione e adattamento dal giapponese ha finito soltanto per peggiorare la situazione – e persino convincere alcuni spettatori di queste live della bontà delle opinioni (che di scientifico non hanno nulla) di Cannarsi. Non si combatte il fuoco con il fuoco, non si combatte l’ignoranza con altra ignoranza e soprattutto, se finalmente si vuole avviare un discorso costruttivo sugli adattamenti in Italia, non si sente solo una campana della polemica, senza coinvolgere chi ha studiato davvero e ha le competenze per poter indicare quali sono i problemi che hanno reso il nuovo doppiaggio di Neon Genesis Evangelion farraginoso, macchinoso e capace di stravolgerne e sfigurarne il senso.

Se non ci sbarazziamo dell’idea vetusta che tutto ciò che viene dal Giappone sia troppo “lontano” per essere davvero compreso (che addirittura abbia bisogno di essere tradotto in una non-lingua inventata apposta), però, questi episodi continueranno a verificarsi con fin troppa frequenza. Nel 2019 c’è ancora bisogno della localizzazione, della traduzione, dell’adattamento e del doppiaggio ma c’è anche bisogno del rispetto. Dalla più becera operetta commerciale al più squisito lavoro d’autore, la professionalità e la competenza delle persone chiamate a metterci sopra le mani dovrebbero diventare requisiti imprescindibili. Idem con patate per chi fa dell’informazione il suo mestiere e dovrebbe mettere da parte pregiudizi e valutare i fenomeni con mente aperta, per illuminare anche i suoi lettori.

Finché questo non accadrà, continueremo a indignarci perché i giapponesi rappresentano Napoli come un coacervo di stereotipi xenofobi, mentre facciamo la stessa cosa: riversare i nostri stereotipi sulle loro opere e trattarle come mostruosità esotiche. Continuiamo a insistere che siano storie troppo incomprensibili per la nostra mentalità, semplicemente perché non facciamo neanche lo sforzo di aprire gli occhi e raccogliere davvero il loro messaggio. Che spesso e volentieri è comprensibilissimo e, certe volte, più universale di quello che crediamo.

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Space Dandy (2014)

O della psichedelica follia dell’universo

 

Titolo:  Space Dandy  Space Dandy Locandina
Genere:  Comico, Sci-Fi, Avventura
Anno di uscita:  2014
Nazione:  Giappone
Numero Episodi:  26
Consigliato:

Ci sono due modi per spiegare cos’è Space Dandy (disponibile su VVVVID) a qualcuno che non l’ha mai visto: le avventure di uno sfigatissimo cacciatore di alieni rari con una passione insana per i bei fondoschiena femminili (un vero e proprio “sommelier della natica”); in alternativa, un viaggio psichedelico attraverso i tipi  più ricorrenti della fantascienza e dell’animazione mainstream giapponese.

Space Dandy Miao

In tutti e due i casi non si andrebbe lontano dalla realtà. Anzi, bisogna citare entrambe le definizioni, se si vuole offrire all’incauto spettatore per lo meno un sommario quadro di quello che Space Dandy è. Poi, però, bisogna aggiungere altro: ovvero che regista e staff tutto dello studio Bones non ci hanno provato nemmeno per un attimo a comporre una serie che rientrasse nei canoni della normalità. Tolti i primi cinque minuti della prima puntata, da cui sembra di trovarsi davanti a una serie demenziale con il solito personaggio pervertito – che magari la narrazione potrebbe giustificare, dotandolo di “buon cuore” e un’irritante tendenza a fare discorsi motivazionali – ci si rende conto che non si può dare niente per scontato, quando si guarda una puntata di Space Dandy.

Tranne il fatto che, sicuro come il giorno che succede alla notte, qualcosa esploderà sempre prima della fine della puntata: potrebbe essere un palazzo, un’astronave, un’intera civiltà portata al collasso o persino un pianeta, con annessi satelliti coinvolti nel collasso gravitazionale. Una costante indubbiamente interessante.

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Il Sistema Periodico (1975)

Lo spirito letterario nascosto nella chimica

Titolo:  Il Sistema Periodico  Il Sistema Periodico_Cover
Genere:  Biografia, Fiction
Anno di uscita:  1975 (prima ed.)
Editore:  Einaudi
Autore:  Primo Levi
Consigliato:

Per parlare di quanto sia bella e particolare la narrazione de Il Sistema Periodico, bisognerebbe partire proprio dalla fine, da Carbonio, ultimo dei racconti e in qualche maniera manifesto dello spirito che informa questa raccolta e che si incarna in modo commovente nella descrizione del viaggio centenario di un atomo di carbonio e della sua inconsapevole collaborazione alla creazione di queste storie.

Perché anche la chimica è un’arte che, insieme alla scrittura, ha contribuito a salvare Primo Levi da un inferno di ricordi che avrebbero potuto perseguitarlo per il resto della sua vita.

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La locanda degli amori diversi (2016)

Titolo:  La locanda degli amori diversi  La locanda degli amori diversi_Cover
Genere:  Romanzo
Anno di uscita:  2016
Editore:  Neri Pozza
Autore:  Ito Ogawa
Consigliato: DIPENDE

Storie di vite che non si rassegnano

Dopo quel mitico viaggio alle Hawaii, per me la mia famiglia è come uno splendido campo di fiori, un mondo incantato. Se per esempio dovessi associare i membri della famiglia Takashima ai colori dei fiori, mamma Izumi sarebbe un viola molto intenso, mamma Choko un rosa pallido e delicato, Sō-chan un verde acqua. Solo io non saprei dire quale colore sarei, non me ne viene in mente nessuno.

La locanda degli amori diversi, p. 257

La locanda degli amori diversi è un racconto a quattro voci, in cui i quattro componenti della famiglia Takashima – ‘Takashima’ dall’unione dei due cognomi delle protagoniste e madri di questo raccolto nido familiare – si alternano nel raccontarci le vicende della loro vita in un romanzo che, come un lungo diario corale, raccoglie le vicissitudini di diciassette anni di vita.

Quella che Ito Ogawa consegna al lettore è una collazione eterogena di slices of life, stralci di vita, riassunti e raccontati molto più che mostrati, da quattro voci che nella ragionevolezza finiscono per assomigliarsi molto più di quanto si differenzino – forse anche in virtù di quell’effetto osmotico per cui i componenti di una famiglia molto unita finiscono per prestarsi modi di dire e scambiarsi pensieri ed abitudini.

L’effetto finale è quello, discontinuo e un po’ sfilacciato, che si porterebbe dietro un manga josei, di quelli a puntate, dove l’omogeinità narrativa tipica di un romanzo unisco sfioriscei n favore di un racconto per segmenti, che spazia per lunghissimi periodi di tempo, quasi a voler abbracciare lo spazio di un’intera saga familiare – e in questo non tradendo lo spirito del titolo.

Perché il romanzo di Ito Ogawa è davvero la storia della Locanda Arcobaleno – una locanda dove gli amori diversi non sono solo quelli delle coppie LGBT*QIA. Gli stessi legami affettivi fra parenti, amici, vicini e persino fra avventori e proprietarie della locanda sono vissuti con una diversità che si oppone alla rassegnata uniformità a cui i rapporti codificati, della società giapponese e non solo, ci hanno abituato.

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Titanic, vent’anni dopo

Un fotogramma di Titanic

Titanic, vent’anni dopo

O “della porta maledetta”

Ci sono film che restano con te per tutta la vita.

Ci sono film che restano con te persino se non li hai mai visti, entrando nella cultura popolare con battute iconiche, scene emblematiche, modi di dire e di fare che finisci per assorbire pure tu – ignaro spettatore bastian contrario, che all’epoca dei fatti ti sei fieramente rifiutato di lasciarti trascinare a fondo (è proprio il caso di dirlo) nel vortice di isteria di massa che ha circondato suddetti film.

Ed è questo il mio caso con Titanic.

Quando il film di James Cameron uscì in Italia, nel lontano 1998, io andavo per gli undici anni e ricordo ancora bene tutto: l’entusiasmo dei compagni di classe, i telegiornali che parlavano meravigliati di ragazzine che l’avevano rivisto decine e decine di volte, My heart will go on a palla dappertutto, fino alla fine dell’estate. Di quel film si parlò per mesi e persino chi, come me, fermamente si rifiutò di guardarlo, finì in un modo o per l’altro per contribuire al suo successo (leggi: corsi al negozio di dischi a comprare Let’s talk about love di Celine Dion, che ancora conservo gelosamente come una reliquia in casa).

Poi il silenzio.

O forse no. No, assolutamente. Poi il ritorno ciclico in tv e a ogni visione tutti incollati sotto lo schermo ad emozionarsi per Jack e Rose. Poi è arrivato internet e tutte quelle battute, da “disegnami come una delle tue ragazze francesi” a “sono passati ottantaquattro anni” sono diventati meme; ci sono persino dettagliate teorie sul perché e percome Jack avrebbe potuto condividere la malnata porta con Rose, giusto per testimoniare di come le storie d’amore che finiscono male restano eccome nella mente di tutti, anche dei più cinici, con tutto il loro corredo di possibilità infrante, di “ma” e di “però”.

C’è poco da dire, Cameron ha fatto il colpaccio, ma io per vent’anni quel film mi sono rifiutato di vederlo. Ho rivalutato Di Caprio, mi sono messa a citare i meme, mi sono spoilerata ogni particolare della storia possibile e immaginabile, ho scoperto questa e quella curiosità sugli attori, ho guardato altri film di Cameron.

Ma Titanic no.

In qualche maniera mi disturbava profondamente l’idea che la morte di più di millecinquecento persone fosse stata adombrata da una patetica storiella d’amore di vaga, shakespeariana ispirazione. In qualche modo mi sentivo presa in giro, come se si volesse giocare con i sentimenti più facili del commuovibile pubblico di massa solo per tirare soldi al botteghino.

Poi, domenica scorsa, l’ennesimo, irrinunciabile passaggio in tv. E io che mi dico: ma insomma, guardiamolo e basta con tutti questi pregiudizi!

Non l’avessi mai detto.

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